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Agatuzza Messia la novellatrice modello di Giuseppe Pitrč

Agatuzza Messia, palermitana del "Borgo vecchio", novellatrice-modello di Giuseppe Pitrè. Benchè analfabeta, è più che giusto riconoscerle le grandi doti di narratrice e di interprete di racconti popolari. Nei personaggi dei suoi racconti la microstoria di Palermo dai primi del 700 fino ai primi dell'800.

 

di Salvatore La Grassa

Sant'Anna e la Madonna fanciulla. La madre della Madonna è molto venerata al "Borgo vecchio" a Palermo. Sant'Anna è la patrona del quartiere e la festa, che dura circa una settimana, a fine luglio, primi di agosto, si celebra dal 1555.Agatuzza Messia ne era sicuramente devota.

La presentazione che ne fece Giuseppe Pitrè

Per conoscere Agatuzza Messia è bene sentire quello che scrisse di lei Giuseppe Pitrè(Palermo, 21 dicembre 1841 – Palermo, 10 aprile 1916), l'etno-antropologo palermitano, che per mezzo secolo aveva curato, fra l' altro, i venticinque volumi della "Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane"(1871-1913), le ventiquattro annate della rivista "Archivio per lo studio delle tradizioni popolari (1882-1906) e i sedici volumi della collana "Curiosità popolari tradizionali". Dice il Pitrè nella prefazione ai 4 volumi di "Fiabe novelle e racconti popolari siciliani": "le persone da cui ho cercato ed avute tante tradizioni sono state quasi tutte donne. La più valente tra esse è Agatuzza Messia da Palermo, che io riguardo come novellatrice-modello. Tutt'altro che bella, essa ha parola facile, frase efficace, maniera attraente di raccontare, che ti fà indovinare della sua straordinaria memoria e dell'ingegno che sortì da natura.La Messia conta già i suoi settant'anni(ndr-Pitrè scrive questa prefazione nel 1874 quindi si presume che Agatuzza Messia sia nata intorno al 1804) ed è madre, nonna ed avola; da fanciulla ebbe raccontate da una sua nonna, che le aveva apprese dalla madre e questa, a sua volta, da un suo nonno(calcolando circa 22 anni come scarto fra generazioni, si può riportare la nascita del trisavolo di Agatuzza intorno al 1710), una infinità di storielle e di conti; avea buona memoria, e non le dimenticò mai più. Vi son donne che avendone udite centinaia, non ne ricordano pur una; e ve ne sono che, ricordandosene, non hanno la grazia di narrarle. Tra le sue compagne del Borgo, rione o, come dice il popolo, quartiere di Palermo(oggi Borgo Vecchio, perchè a Palermo circa 40 anni fà è stato costruito un quartiere popolare alla periferia nord, quartiere che si chiama Borgo Nuovo) essa godeva riputazione di brava contatrice, e più la si udiva, e più si avea voglia di udirla. Presso che mezzo secola fà, ella dovette recarsi insieme col marito in Messina, e vi dimorò qualche tempo: circostanza, questa, degna di nota, giacchè le popolane nostre non uscivano mai dal proprio paese altro che per gravissime bisogne. Tornando in patria(Palermo) essa parlava di cose di cui non potevano parlare le comari del vicinato: parlava della Cittadella, fortezza che non c'era uomo che potesse prendere, tanto che non ci poterono gli stessi Turchi; parlava del Faro di Messina, che era bello ma pericoloso pe' naviganti; parlava di Reggio Calabria, che, affacciandosi ella dalla Palizzata di Messina, pareva volesse toccare colle mani; e rammentava e contraffaceva la pronunzia dei Milazzesi che parlavano, diceva la Messia, tanto curiosi da far ridere. Tutte queste reminescenze son restate vivissime nella sua memoria. La Messia non sa leggere, ma la Messia sa tante cose che non le sa nessuno, e le ripete con una proprietà di lingua che è piacere sentirla. Questa una delle caratteristiche sue, sulla quale chiamo l'attenzione dei miei lettori. Se il racconto cade sopra un bastimento che dee viaggiare, ella ti mette fuori, senza accorgersene o senza parere, frasi e voci marinaresche che solo i marinai o chi ha da fare con gente di mare conosce. Se l'eroina della novella capita, povera e desolata, in una casa di fornai e vi si alloga, il linguaggio della Messia è così informato a quel mestiere che tu credi esser ella stata a lavorare, a cuocere il pane, quando in Palermo questa occupazione, ordinaria nelle famiglie dei piccoli e grandi comuni dell'Isola, non è che dei soli fornai. Non parliamo ove entrino faccende domestiche, perchè allora la Messia è come a casa sua; né può essere altrimenti di una donna che ad esempio di tutte le popolane del suo rione ha educato alla casa e al Signore, come esse dicono, i suoi figli e i figli dei suoi figli.
La Messia da giovane fu sarta; quando la vista per fatica le si andò indebolendo, si mise a fare la "cuttuninara", cioè cucitrice di coltroni d'inverno. Ma in mezzo a questo mestiere che le dà vivere, essa trova tempo per fare i suoi doveri di cristiana e di devota; ogni giorno, d'inverno o d'estate, piova o nevichi, in sull'imbrunire si reca a far la sua preghiera. Qualumque festa si celebri in chiesa, ella è sollecita ad accorrere: il lunedì è al Ponte dell'Ammiraglio per le "Anime de' Decollati"; il mercoledì tu la trovi a S. Giuseppe, a festeggiare la "Madonna della Provvidenza"; ogni venerdì accorre a "San Francesco di Paola", recitando per via il suo solito rosario; e se passa un sabato non passa l'altro che deve andare alla "Madonna dei Cappuccini" e quivi prega coun devozione "che intender non può chi non la prova". La Messia mi vide nascere e mi ebbe tra le braccia: ecco perchè io ho potuto raccogliere dalla sua bocca le molte e belle tradizioni che escono col suo nome. Ella ha ripetuto al giovane le storielle che avea raccontato al bambino di trenta anni fa; nè la sua narrazione ha perduto un'ombra della antica schiettezza, disinvoltura e leggiadria. Chi legge non trova che la fredda, la nuda parola; ma la narrazione della Messia più che nella parola consiste nel muovere irrequieto degli occhi, nell'agitar delle bracce, negli atteggiamenti della persona tutta, che si alza, gira intorno per la stanza, s'inchina, si solleva, facendo la voce ora piana, ora concitata, ora paurosa, ora dolce, ora stridula, ritraente la voce dei personaggi e l'atto che essi compiono. Della mimica nelle narrazioni, specialmente della Messia, è da tener molto conto, e si può esser certi che, a farne senza, la narrazione perde metà della sua forza ed efficacia. Fortuna che il linguaggio resta qual'è, pieno d'inspirazione naturale, a immagini tutte prese agli agenti esterni, per le quali diventano concrete le cose astratte, corporee le soprasensibili, vive e parlanti quelle che non ebbero mai vita o l'ebbero solo una volta."

Italo Calvino affascinato dalla figura e dalla tecnica fabulatoria di Agatuzza Messia

Anche Italo Calvino(autore di 'Fiabe italiane', una raccolta di 200 fiabe popolari di tutte le regioni d'Italia, tradotte, a volte reinterpretate, dal vernacolo in italiano) rimane affascinato dalla figura di Agatuzza Messia, fonte primaria dei racconti popolari raccolti e trascritti dal demopsicologo (per usare un termine coniato dallo stesso Pitrè) siciliano. Nella trascrizione dei racconti della Messia, Italo Calvino si preoccupa di conservarne la forza evocativa, la musicalità e tutte quelle sue "trovate" per dare corpo al racconto, "trovate" che non hanno rilevanza nel sintagma-trama, ma che sono un modo di interpretarlo. Per esempio l'eroe con un "compito difficile", che non sa come effettivamente raggiungere l'obbiettivo, di cui non conosce nemmeno l'ubicazione, allora <<cammina di ccà, cammina di ddà>>. E poi tutte quelle espressioni con cui la Messia ci presenta il re, bisognoso e rispettoso delle raccomandazioni del consiglio dei saggi: "Lu re tocca campana di "cunsigghiu" , ecco tutti li cunsigghieri-<<Signuri, chi cunsigghiu mi dati?>>, ed inoltre la contrapposizione tra il villano-zappatore, "omu di terra" ed il re "omu di guerra", oppure "una/o fu e cento si fici" per rimarcare la reazione straordinaria di un personaggio ad un avvenimento o a una notizia, e <<'n tempu chi vi lu cuntu>>, cioè nel medesimo tempo in cui ve lo racconto, <<E cci cunta una di tuttu>>, cioè raccontare tutto in una sola volta e altri concetti espressi con modi di dire sintetici e stringenti che vedremo in seguito.

Le donne degli scrittori Verga e Capuna e le donne della Messia

Mentre in campo letterario nella seconda metà dell'ottocento, presso due scrittori veristi siciliani come Giovanni Verga e Luigi Capuana, i personaggi femminili sono raccontati spesso avvolti in una dimensione drammatica e sono caratterizzate da estrema forza e nel contempo da estrema debolezza, nei racconti di Agatuzza Messia invece vengono tratteggiate delle eroine intraprendenti, coraggiose, che sanno destreggiarsi, che affrontano con determinatezza le avversità e non si arrendono mai.
Evidentemente il contesto di formazione-fruizione delle opere degli scrittori veristi non ha nulla a che vedere col mondo di Agatuzza Messia. Questa novellatrice eccezionale per l'impostazione nel porgere il racconto aveva delle convinzioni forti circa il suo destino, circa il suo ruolo di donna e di madre, di quello che succedeva a Palermo. La Messia non è una ingenua interprete del racconto popolare. Facendo due conti si può ritenere che il Pitrè ragazzino ascoltò i suoi racconti quando già Agatuzza aveva superato l'età di 40 anni. Non era una giovinetta, ma aveva una sua testa, un suo vissuto. Leggendo i suoi racconti, soprattutto se si tengono presenti le varianti precedenti in Giovan Battista Basile, nel Perrault oppure le varianti contemporanee di altri narratori di racconti popolari dell'ottocento, ci si rende conto che Agatuzza Messia ha sviluppato nei suoi racconti la figura paterna come "aiutante", molto spesso al posto della figura materna. Può anche darsi che questo subentro(padre aiutante al posto della madre) sia avvenuto nelle generazioni precedenti che si sono tramandati oralmente i racconti; fatto sta che nei racconti di Agatuzza Messia l'eroina ha una intesa speciale con la figura paterna: verso il padre l'eroina non ha alcuna sudditanza. Poi si andrà nel concreto citando i racconti con questa particolarità.
Perchè la presenza paterna nei racconti della Messia? Nella Sicilia dell'altro ieri era nel linguaggio comune di molte donne, donne lavoratrici, spesso vero capo famiglia, riferirsi al padre buonanima come testimone della loro verità. Spesso le donne se contrariate reagivano sostenendo di essere nel giusto perchè la pensavano come il padre. Spesso dicevano che erano "sputate" come il padre, che avevano la stessa testa del padre. Era un linguaggio comune alla grande maggioranza delle famiglie del popolo, in seno alle quali le figlie erano spinte a imparare un mestiere, un'arte per sostentatarsi. Il matrimonio rimaneva per la donna la maniera per realizzarsi, ma il lavoro per le popolane di Palermo, specialmente per quelle ragazze di famiglie non abbienti non in grado di procurare loro una dote, era una maniera per avvicinarsi di più ad esso.Il frutto del lavoro delle ragazze veniva messo da parte per costituire loro la dote. Molto probabilmente Il trisavolo della Messia viveva già a Palermo, molto probabilmente al "borgo vecchio" dove le giovani ragazze spesso imparavano un mestiere e aiutavano la famiglia.In due racconti della Messia, "Sfurtuna" e "Marvizia" si accenna a piccole fabbriche di confezione di abiti e di camicie.In effetti in "Marvizia" sono le fate a confezionare in una notte un innumerevole numero di camicie, ma la Messia parla tanto bene del processo del lavoro diviso tra le fate-c'erano le fate che sbagnavano le tele, quelle che le tagliavano, quelle che le cucivano e infine quelle che si dedicavano alla stiratura e alla piegatura- e ciò ci induce a credere che in effetti quelle fabbriche esistessero realmente.

Racconto cornice de "Lu pappagaddu chi cunta tri cunti"

Agatuzza Messia fu certamente una "cristiana praticante", ma i suoi racconti portano i segni, il crisma, la dottrina del cristianesimo? Non sempre.In due racconti entra in gioco il demonio, chiamato "cucinu"(cugino). . Mi riferisco ai racconti "Lu pappagaddu chi cunta tri cunti" e "Pilusedda". In questi racconti chi pratica il demonio e gli promette la sua anima non finisce sul rogo o meglio non viene condannato. Addirittura nel racconto che fa da cornice a "Lu pappagaddu chi cunta tri cunti" ha la meglio proprio il notaio che ha venduto l'anima al demonio. Infatti il notaio viene trasformato in pappagallo dal demonio(cucinu del notaio)affinchè raggiunga il suo scopo in una scomessa lanciata insieme a un "cavaliere":parlare o attaccare relazione con la giovane e avvenente moglie di un commerciante assente perchè impegnato in un grosso commercio, prima che lo faccia il cavaliere. La donna, rinchiusa in casa dal marito, è stata vista dal notaio e da un cavaliere mentre era affacciata alla finestra:cavaliere e notaio fanno allora una scommessa, il primo dei due che riuscirà a parlare con quella bella giovane, quasi murata in casa, riceverà dall'altro 400 onze, una fortuna.Il notaio, prima come "pappagallo" che racconta cunti fascinosi, fa in modo che la moglie del negoziante rimanga in casa ad ascoltare i suoi racconti piuttosto che andare a vedere la santa messa in chiesa dove c'è il cavaliere, suo contendente; in seguito, sempre come pappagallo, uccide il marito della giovane rientrato dopo aver compiuto il grosso commercio, schizzandogli negli occhi dell'acqua di brodo e colpendolo mortalmente alla gola; infine sposando la giovane vedova del negoziante e riscuotendo il pattuito della scommessa. Evidentemente in questo racconto i valori correnti cristiani vengono disattesi; viene esaltata la forza del racconto e, inconsapevolmente, viene fatto un quadro delle potenze che agiscono nel sociale dal punto di vista del popolo, del popolo ritenuto a torto ingenuo. Il 'cavaliere', cioè i nobili e la proprietà terriera(ritengo che il "cavaliere" deve ritenersi un nobile per il fatto che scomette 400 onze) , va in deficit, è perdente e paga la scommessa al 'notaio'; costui rappresenta la forza emergente, e dietro la sua figura professionale, che riscuote nel suo banco-ufficio le cambiali che scadono(è possibile che i popolani colleghino il notaio al mondo della finanza, delle banche che prestano soldi), viene intravisto un potere demoniaco, inattaccabile o quasi perchè retto da persone che hanno venduto l'anima per parteciparvi(colui che scrive ritiene che il termine 'cucinu',cugino in italiano, dato al demonio, presupponga una rete estesa di rapporti assolutamente poco chiari). E questo potere detiene anche la forza del racconto, cioè del discorso avvincente e convincente, mentre il discorso clericale, la messa cristiana perde attrattiva. A questo proposito c'è da aggiungere che mentre l'aiutante del notaio è il demonio, l'aiutante del cavaliere è una vecchia incontrata per caso.Questa vecchia, offertasi come ruffiana, sfrutta la carta della santa messa cristiana, obbligatoria nei giorni festivi, messa proposta come pratica salva anima: cioè invita la moglie del negoziante a uscire di casa per andare a messa in chiesa; una scusa, in realtà per propiziarne l'incontro col cavaliere.Ma la moglie del negoziante preferisce ascoltare i racconti del pappagallo e non va in chiesa. La forza emergente, che si esprime col notaio, non solo vince sul cavaliere, ma perfino colpisce alla gola, strozza (figuratamente una sorta di cravatta dello strozzino) il negoziante e conquista il suo bene principale, la moglie, cioè il campo, la scena.
Questo racconto-cornice è un racconto che deriva dal racconto cornice delle Storie del pappagallo, una raccolta di settanta storie dell'India di argomento amoroso, tradotte in lingua persiana nel XIV secolo. Questa raccolta indiana, che non ha stile popolare, ha per protagonista un mercante che ama tanto la moglie da non volersene distaccare e perciò non si dedica alla professione di famiglia, la mercatura. Il padre,naturalmente anche lui mercante(per nascita), disperato per le sorti della famiglia, vorrebbe morire, ma un amico lo dissuade. Questo amico ha del mitologico. Egli fu un tempo(in altre vite precedenti)maledetto da un asceta e costretto ad incarnarsi come uomo ed espiare la pena aiutando il suo amico mercante. L'amico, dotato a quanto sembra di arti magiche, chiama il pappagallo e la cornacchia parlante, sua sposa, suoi antichi compagni di sventura.Anche loro espieranno le loro colpe facendo rinsavire il mercante-figlio e proteggendo la di lui moglie nel suo voto di fedeltà coniugale. L'arma, lo stile della cornacchia è la predica, l'ammonimento morale, arma futile e odiosa che non approda a nulla. Invece il pappagallo ha il suo forte nell'arte del narrare, intrattenendo e acculturando. Avviene quindi che il mercante-figlio parte per esercitare la mercatura. Sua moglie sale sul tetto della casa ed è adocchiata da un principe che se ne incapriccia. Questi per far sì che ceda al suo desiderio le manda due abilissime ruffiane. Queste ruffiane riescono a indurla a incontrare il principe. Ed ella sta per andare. La cornacchia l'affronta facendole il predicozzo e non ottiene nulla. Il pappagallo sembra approvare il suo comportamento, ma ogni volta le accenna a muoversi, ad agire come aveva fatto la tal nobildonna, la tal principessa...La donna, incuriosita vuole conoscere la storia della tal nobildonna, della tal principessa..e il pappagallo gliela racconta...Il tempo passa...L'appuntamento galante salta...e la donna resta fedele.
Tutta l'impalcatura è raffinata, niente a che vedere con la mentalità popolare del borgo palermitano dell'inizio ottocento. Presumo che questa storia-cornice sia pervenuta in Sicilia, a Palermo a mezzo di soldati mercenari al servizio o degli spagnoli o dei francesi.Non pare che ci siano varianti di questo racconto in altre regioni italiane. Il Pitrè ricorda, alla fine, un racconto simile, cioè racconto-cornice e i tre racconti del pappagallo, sentito proprio a Palermo, intitolato 'Donna Viulanti'). Ci sono ancora delle chiare corrispondenze tra i personaggi. Il 'cavaliere' della siciliana corrisponde al 'principe' della indiana. Entrambi usano ruffiane. Nella siciliana non c'è la cornacchia, ma un discorso simile al suo lo fa la vecchia ruffiana. Il "cucinu" della siciliana ha qualche punto in comune col 'reincarnato' della indiana.
Cosa vuole dire Agatuzza Messia e la sua cultura con questo racconto? Può anche darsi che il racconto abbia avuto altra impostazione e altro volgere in tramandamenti più antichi. Lo si desume dal fatto che la scommessa tra il notaio e il cavaliere prevedeva il pagamento del pattuito dopo che uno dei due fosse riuscito a parlare con la moglie del negoziante, mentre alla fine ciò avviene solo dopo che il notaio ha sposato la vedova del negoziante e le ha rivelato che si era tramutato in pappagallo per amor suo. Probabilmente prima c'era un altro epilogo, negativo sia per il notaio, sia per il cavaliere, o meglio ancora il notaio non era presente tra i personaggi e il pappagallo invece era un aiutante del negoziante, come nella versione indiana. Agatuzza Messia ha presente l'incongruenza del pagamento della scommessa solo dopo il matrimonio, anzi la mette in evidenza. Dopo la morte del negoziante, il notaio e il cavaliere s'incontrano; il cavaliere riferisce che la donna della finestra era rimasta vedova perchè il pappagallo lo aveva strozzato; il notaio rispondeva che la commiserava. Ma nessuno dei due, sottolinea la Messia, parlò della scommessa. Molto probabilmente Agatuzza Messia, o qualcuno dei parenti che le ha tramandato questo racconto, ha cercato una chiusura più vicina alla morale cristiana e in genere a un modo di vivere più civile. La laida scomessa viene riscossa, ma solo dopo un matrimonio, un contratto. Agatuzza Messia ha una visione contrattualistica dei rapporti fra uomo e donna. Ci viene in mente il suo famoso racconto "Caterina la sapiente". In questo racconto Caterina, la protagonista, si unisce, non riconosciuta, per ben tre volte, con suo marito, e per ben tre volte partorisce un bambino, ma solo dopo che l'uomo l'abbia sposata con tutti i crismi. Mi permetto di fare questa considerazione perchè nella variante del racconto che lo precede di qualche secolo, cioè ne "La Sapia" di Giovanbattista Basile, la protagonista non viene sposata dal re: ogni volta che Sapia seduce il re con tecnica finestraiola questi le regala, dopo l'incontro galante, un bel monile.
I racconti della Messia presentano un carattere unitario, una razionalità sintagmatica che molto raramente si osserva in altri narratori di fiabe. Quasi sempre nelle fiabe ci sono zone d'ombra, incongruenze tralasciate, calcoli approssimativi. Invece la Messia risistema la narrazione e le fiabe di magia sembrano racconti fantastici di tipo moderno.Ma non è proprio così nel racconto cornice "Lu pappagaddu chi cunta tri cunti", perchè in questo caso l'interpretazione da parte della novellatrice palermitana prende una piega irrazionale.
Il notaio, per esempio, lungi dal rappresentare la forza sociale emergente che cozza con gli interessi dei negozianti, è nella Messia il campione d'amore, che va oltre la norma, che per raggiungere i suoi scopi chiede aiuto pure al demonio. Il campione d'amore che vende pure l'anima al diavolo per conquistare il suo amore, per un irrefrenabile desiderio. E l'amore, nella cultura della Messia, lo deve dimostrare l'uomo nei confronti della donna, perchè altrimenti quest'ultima viene derisa e allontanata come Marvizia e come la protagonista del racconto 'La palumma'.
L'amore, quello vero, per la cultura popolare siciliana, è passione, esclusività assoluta, senso del possesso. Il famoso verso della lirica della "Cavalleria rusticana" <<e siddu moru e vaiu n' paradisu, si nun ce trovu a' ttia, mancu ce trasu>> esprime pienamente il sentire amoroso del popolo siciliano.
Il racconto della Messia si apre con la considerazione che la moglie del negoziante usciva pazza per il marito e forse per questo aveva accettato di restare chiusa in casa per il periodo in cui il marito si fosse assentato per la mercatura, un uso non più seguito a Palermo, e sicuramente mai attuato dai popolani non abbienti, un uso di derivazione araba. E si conclude con la confessione e dichiarazione d'amore del notaio: egli s'è fatto pappagallo per amore. Una pazzia ancora più grande. La Messia è consapevole della pazzia dell'amore, ma contro l'amore non si può andare. Ed è meglio assecondarlo, non aspettare chissà che cosa. Nei suoi racconti, molto spesso, l'amore è un colpo di fulmine, uno sguardo, una vasatedda...e a otto giorni si celebra il matrimonio. Quest'ultimo ci deve essere e in brevissimo tempo.

Il pappagallo assassino per amore

C'è nella storia del pappagallo assassino un modo di sentire la società, di delineare le forze che interagiscono nel sociale, abbastanza notevole. Ma non è cosa che importa alla Messia. Lo schema socio-politico del racconto potrebbe essere stato ideato in una versione precedente.Eppure in altri racconti della Messia la figura del commerciante prende il posto di quella del re. Nei racconti "Caterina la sapiente" e "Grattula bettadula" il punto di riferimento, l'aiutante dell'eroina è il padre, mentre nei cunti corrispondenti del Pentamerone del Basile(La sapia e Cenzolla) il punto di riferimento, l'aiutante è la madre. Con ciò si può ipotizzare che i popolani di Palermo per qualche tempo avessero ben fermo il ricordo dell'insurrezione del 1647, portata avanti da Giuseppe D'Alesi e dalla corporazione degli artigiani. Come ricordano gli storici il D'Alesi fece sottoscrivere lo statuto di 49 articoli, - che dava grandi poteri alle corporazioni degli artigiani e quindi anche dei negozianti- a tutte le parti sociali.. il vicerè e i nobili(proprietà e industria terriera), il clero, gli artigiani e i commercianti e infine i professionisti, i procuratori, i notai ecc...Di conseguenza è possibile che taluni racconti popolari siano stati modificati per fare posto ai nuovi campioni popolari, cioè i negozianti, la corporazione dei più ricchi. In un racconto della Messia si dice espressamente che anche un negoziante ha la sua corte, come quella di un re. Ma col passare del tempo nel tramandamento dei racconti si è andato perdendo il collegamento a quell'insurrezione che provenne dalla corporazione degli artigiani. E il notaio, cugino del demonio, diventa campione d'amore e il commerciante è sgominato. Molto probabilmente Agatuzza Messia e coloro che le hanno tramandato questo racconto hanno trovato giusto il mettere da parte un commerciante che usava rinchiudere la mogle nel caso di sua assenza, un uso arabo, non cristiano. Così lo sfondo sociale del racconto, con un pappagallo-notaio, probabilmente per il popolino una sorta di mano pesante e punitiva del mondo della finanza, dei poteri forti, che strozza il commerciante, rimane solo uno sfondo su cui i personaggi vivono una storia fantasmagorica, in cui vince la forza del discorso avvincente e soprattutto colui che agisce con una determinazione estrema. Una determinazione che è paragonabile a quella di un rivoluzionario come Giuseppe D'Alesi.

Il binomio pappagallo-notaio

Perchè il binomio pappagallo-notaio? E' di derivazione popolare? Pare che non sia molto frequente nelle culture di campagna. Questo binomio a mio avviso si è formato nelle città o meglio negli antichi comuni italiani. E' noto che il notaio legge, ripete le decisioni testamentarie del morto. Le ripete come un pappagallo, senza alcuna interpretazione. Il notaio è l'intermediario tra il morto e i suoi parenti sopravvissuti. Questo carattere di intermeditarietà lo rende potente, ma anche fortemente negativo. E' risaputo che il morente chiama il notaio per dettargli le ultime sue disposizioni. In questa parte il notaio è vicino al curato che porta il viatico. Il curato è vestito di nero ed anche il notaio ha una lunga tradizione di abiti e soprabiti in nero. Ma per il notaio non è stato sempre così. Negli antichi comuni italiani del medioevo e forse fino al 600-700 il notaio aveva pure un abito rossa ed una sorta di feluca anch'essa rossa. Inoltre il notaio per tanto tempo è stato il depositario delle giocate del lotto. E il lotto e i numeri del lotto sono collegati ai morti che appaiono in sogno. Quindi, molto probabilmente, il colore rosso dell'abito e della sua feluca, l'aver sempre considerato la parola del notaio, per il suo ruolo istituzionale, attendibilissima, il suo ruolo rispetto ai morti, depositario delle loro ultime volontà, inoltre l'accostamento degli uccelli in genere, nella cultura popolare, alle anime dei morti, hanno concorso a creare il binomio pappagallo-notaio.
(continua)
Il racconto Lu pappagaddu chi cunta tri cunti

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