MEMORIALE   

di Paolo Volponi


Riassunto, con note esplicative sul comportamento del personaggio principale
(a cura di Salvatore La Grassa) Prima parte

Albino Saluggia è uno sradicato. E’ nato ad Avignone nel primo dopoguerra da genitori italiani che erano emigrati in Francia per trovare lavoro. Suo padre faceva il muratore. Quando Albino aveva 13 anni suo padre decise di ritornare in Italia dalle sue parti a Candia Canavese. Ebbe il tempo di costruire l’impianto dell’acqua nella casa dove attualmente Albino vive con la madre e morì. In seguito a questo fatto Albino ha avuto dei problemi scolastici. Si è ripreso presso un collegio dei Salesiani dove è riuscito a superare due anni di avviamento industriale. Intanto scoppiava la guerra. Veniva arruolato nell’esercito e fatto prigioniero a Zagabria. Fino alla fine della guerra è vissuto nei campi di prigionia tedeschi dove si è ammalato di tubercolosi polmonare.
Albino Saluggia , rientrato a casa dopo la guerra, non ha amici, è un solitario come lo è stato sempre. Per di più ha una personalità sensibile quasi infantile e profondamente malinconica.
Ogni piccola contrarietà lo agita sino alle viscere. Egli trova conforto e pena nel suo letto, quel letto che sta lì nella sua stanza da quando ragazzo la sua famiglia rientrò in Italia. Nella sua stanza dalla finestra si vede gran parte del lago di Candia. Ed egli prende come auspici le visioni, ora belle ora meno belle, che ha del lago la mattina e verso sera prima che scompaiano le luci. Se fa caldo porta il suo letto di ferro nel fienile abbandonato, più riparato dal sole, e gli piace quell’odore di terra, di erba, uguale a quello del lago, che si sente là intorno. Tra le macchie e i disegni che i mattoni, per caso, componevano nel muro del fienile, ritrova delle figure che gli furono familiari da ragazzo: la faccia dell’indiano con un turbante alto e di colore marrone e più in alto il disegno dello scarpone. L’indiano aveva sempre costituito per Albino una specie di favola, o l’inizio di una favola che metteva in moto la sua fantasia a creare altre favole. Lo scarpone, alto e gonfio sulla punta, aveva avuto un’aria lieta di buon compagno, che lo rallegrava e confortava con suggerimenti del tutto reali (Visionarismo - ndr). In mancanza di vere persone, di amici, con cui confidarsi queste figure che si intravedevano nei mattoni del fienile costituivano i consiglieri di Albino. A secondo di come gli apparivano Albino traeva conseguenze sulla situazione reale dei suoi casi.
Dalla tubercolosi non era perfettamente guarito, ma non si riguardava particolarmente per non ricadervi. Alla fine del 1945 poco prima di Natale Albino avverte i sintomi di una ricaduta. La madre, interpellata, gli aveva detto di pregare, di riguardarsi, di andare dal medico e di trovarsi un lavoro . Albino era andato al Distretto Militare e dopo aver descritto in maniera particolareggiata i suoi sintomi fu visitato da un capitano medico.
Qui di seguito le sensazioni e le conclusioni che ne trasse il protagonista, che è pure l’io narrante: "Il capitano medico mi guardò con interesse e stupore, facendo un passo indietro, come per vedermi meglio in tutta la persona, e prima di parlare lasciò cadere piano piano il braccio con il quale mi aveva bussato….Io guardai il movimento di quel braccio bianco e militare come se stesse compiendo un’operazione magica su di me, mentre aspettavo le parole dalla bocca del medico. Le parole vennero frettolose e dettate da quel risentimento e disprezzo che ha sempre un medico militare nei confronti di un soldato malato.
Il discorso fu che io mangiavo troppo, dopo i digiuni della prigionia, e che il mio stomaco, non essendo più allenato, soffriva per digerire, dilatandosi e contraendosi fuori del normale. L’infiammazione alla gola era poi dovuta all’incontinenza nel fumare. Io non dissi al medico che non fumavo e che non avevo mai fumato in vita mia, nemmeno da soldato, giacché sapevo bene che quella visita, né per me né per lui, aveva lo scopo di accertare lo stato della mia salute; che la visita era un obbligo militare per entrambi. Io avevo denunciato i miei mali perché ero abituato a farlo mentalmente; perché il farlo costituiva ormai un fatto quotidiano o almeno frequente della mia vita; un’operazione che mi consentiva, allora, di sollevare i miei mali un momento dal mio corpo e dalla mia anima e di vederli distinti, lontani, come sopra un davanzale dal quale fosse poi possibile farli sparire o magari riprenderli, secondo la mia volontà."
Questa bassa considerazione del gesto medico, tra il magico e l’abitudinario, e l’illudersi che potesse in qualche modo far sparire o riprendere i sintomi della malattia sono fondamentali nello sviluppo degli avvenimenti. Dopo la visita Albino è contento che quel medico non abbia scoperto i suoi sintomi, ma nel contempo aveva il timore che fossero improvvisamente scomparsi. E pensa:
"I miei mali avrebbero dovuto essere riconosciuti e combattuti in altra sede e dopo che io stesso fossi stato ben sicuro di loro, di tutta la loro quantità frequenza e qualità, in modo che vincendoli, avrei potuto vincerli sino in fondo, sino a restituire al mio corpo una perfetta integrità.
Questo concetto della centralità del malato (tipico delle società tradizionali presso le quali prosperano numerose quelle figure di mestieranti che praticano medicine alternative; e proprio a un sedicente medico che spacciava un suo prodotto come siero che guariva da tutte le malattie, si rivolgerà Albino Saluggia per guarire dai suoi mali, come li chiama lui, e che non sono mali fisici, bensì mali morali - ndr) lo condurrà a scontrarsi con i medici della fabbrica presso cui andrà a lavorare.
Per ritornare dal Distretto Militare a casa prende un treno serale frequentato da operai e nota che molti di questi hanno l’aria di star bene. Dal suo vicino di banco, un operaio dal volto smussato come uno strumento di precisione viene a sapere che lavora da 17 anni alla Fiat e che il suo lavoro è interessante e richiede impegno. Il compagno di viaggio gli dice pure che la vita di contadino, che il padre continua a fare, è bella ma difficile e ingrata; bella per conto suo ma non in rapporto agli altri, tanto che per questa sua famiglia contadina una ragazza di Torino non aveva voluto sposarlo (conseguenza dell’introduzione nel territorio della fabbrica, che porta dunque a uno spostamento delle persone dalla campagna alla città, alla creazione di nuovi bisogni, all’abbandono della terra e del territorio più impegnativo dal punto di vista del lavoro agro-pastorale - ndr).
Quest’operaio salutandolo offre ad Albino una sigaretta ed egli per non disturbarlo con un rifiuto l’accetta (insicurezza dell’io - ndr). Poi la fuma, la prima di una serie di sigarette che nuoceranno alla sua malferma salute. Mentre fuma, Albino considera che mai potrebbe andare a vivere in città, la cui aria lo fa star male e che è abitata da personaggi poco raccomandabili (tipica sfiducia del campagnolo nei confronti dei cittadini - ndr). Egli ama la campagna, ma non come un contadino che la sfrutta. La campagna lasciata a se stessa sarebbe più rigogliosa e darebbe anche più frutti (utopia del ritorno alle origini - ndr). La terra è forte e ripara da se stessa ai suoi mali (ricorda la centralità del malato - ndr).
Prima di proseguire faccio un accenno al rapporto con la madre. Albino non ha un buon rapporto con la madre. Essa non nutre fiducia nel figlio e ritiene che per lui il lavoro di operaio è stato meglio che intraprendere il mestiere di contadino. Dal punto di vista delle relazioni con l’altro sesso ha avvertito il figlio sulla pericolosità delle donne e sui loro inganni. Essa ritiene il figlio testardo, come infatti lo è ogni fanciullo, tanto che assume un atteggiamento di mutismo nei suoi confronti. Per cercare di dominarlo ancora cerca di commiserarlo col pianto. Ad Albino piace ricordare la madre ancora giovane quando abitavano ad Avignone, la voce gentile, le cure che gli prestava e i bei pranzetti che sapeva preparare (ritorno all’infanzia beata - ndr). A volte affiora, però nella sua memoria un episodio non chiaro della vita di sua madre. Ad Avignone nel giardino, d’estate, la madre preparava da mangiare per alcuni muratori italiani, che venivano portando fiaschi di vino. Dopo cena e dopo una certa ora il padre aveva sonno e s’addormentava sullo scalino o più spesso andava a dormire in camera da letto. Gli altri restavano di più e alla fine c’era sempre un giovane che continuava a parlare con sua madre. La madre diceva d ’andare a letto ad Albino che intuiva che essa volesse rimanere con quel giovane che la faceva parlare e ridere. Così Albino ricorda come se si rivolgesse alla madre: "Anche adesso questo ricordo mi turba e mi fa male. Il giovane muratore era molto simpatico e io avevo paura di questo sentimento perché pensavo che doveva aver preso anche te. Ero tentato di spiarvi; ma avevo paura che ciò che pensavo potesse essermi rivelato dalla realtà. Ancora oggi ho paura e sono pentito di non aver guardato perché se vi avessi visto soltanto parlare oggi sarei tranquillo." (misto di gelosia e desiderio represso della madre con omosessualità latente. Il fenomeno della omosessualità latente nel bambino è un architrave della psicoanalisi freudiana. In termini culturali, secondo il Lévy-Strauss, il bambino è socialmente "polimorfo". La gelosia del bambino nei contronti della madre come manifestazione del suo polimorfismo è un classico. Il persistere di questo complesso di identificazione con la madre in Albino poco più che decenne, stando al ricordo, è una spia del suo malessere. Piu in là questo rapporto di Albino con la madre verrà chiarito - ndr).
Nel giugno del 1946 arrivarono a casa di Albino due lettere. Una lettera dell’Associazione Reduci che diceva a che punto era la pratica per il riconoscimento della pensione di guerra e l’altra dell’Ufficio di Collocamento che invitava Albino a presentarsi per vedere se poteva essere incluso negli elenchi dei reduci da avviare al lavoro nell’industria. Albino scartò subito la proposta di pensione , giacché se gli avessero dato una pensione sarebbe stato ancora una vittima della prigionia , con il segno di una malattia perenne (nelle società tradizionali vi è un aspetto sociale della malattia: se a tutti nota, il malato prende un marchio che lo svilisce in specie se vi è pure una connessione tra malattia e colpa o forze maligne. Ciò avviene sicuramente per la tubercolosi polmonare, una malattia che ancora a fine ottocento, nel mondo popolare, si riteneva che sopraggiungesse solo dopo che vi fossero stati degli sputi di sangue - vedi G. Pitrè, Medicina popolare siciliana, pag.414 - ndr).
Albino, invece, è molto interessato alla proposta di lavoro. Solo una nuova vita , solo il lavoro e un progresso sicuro, giorno per giorno avrebbero potuto giovargli, anche fisicamente.
Albino supera con contrattempi spiacevoli le varie trafile burocratiche. Ma anche questo piccolo protrarsi del tempo necessario per ottenere il lavoro in fabbrica lo agita, lo mette in tensione.
La sera prima di avere la certezza del lavoro, andando a dormire nel fienile per il caldo soffocante che c’è in casa, fa un discorso ai suoi mali, che lui sente risalire sul suo corpo come un branco d’insetti che poi scelgono ciascuno il proprio punto (apparentemente si rivolge a delle entità materiali che cercano di fare gallerie nei suoi polmoni - ndr): "Miei mali voi siete il frutto della mia vita difficile… la vostra permanenza dentro il mio corpo è servita a provare a tutti che io sono stato maltrattato, che la giustizia è stata offesa (Con queste affermazioni mette in evidenza a se stesso che la sua malattia è stata conseguenza dell’agire malvagio di altri nei suoi confronti. Dunque la sua malattia ha un’origine morale, è conseguenza di colpe di altri ricadute sul suo corpo. E’ in fondo un luogo comune perché la guerra voluta da pochi danneggia e porta malanni e la morte a tanti altri. E fin qui il filo del discorso procede. - ndr). Ma questo viaggio è finito e voi dovete andarvene… Se le ragioni, oltre che i fatti, di tutti i miei patimenti sono ormai cadute, passate da molto tempo, perché voi, come tante piccole formiche, ormai che il tronco è bruciato, volete insistere e cercare ancora di annidarvi dentro di me? Io sto per diventare un altro e quindi dovete abbandonarmi… ritirarvi da qualche parte e magari aspettare di giudicare la mia seconda vita. Se sbaglierò o se altri sbaglieranno contro di me ed io dovrò essere scelto quale ostaggio della giustizia, allora potrete ritornare … Sono sicuro che oggi non siete gravi, non siete altro che un ricordo, un’ombra… Ora le vostre ombre devono andarsene, lasciarmi in pace. Altrimenti questa volta io non potrò resistere e voi finirete con me." (Dunque, come accennato prima, questi mali non sono solo materiali, ma soprattutto morali, giudicano e colpiscono non solo per le colpe della persona singola, ma anche per le colpe che altri commetteranno contro questa persona. Il discorso è fuorviante perché la guerra è finita, ma per lui continua su altri fronti. Da un lato lui e la sua malattia che c’è ma è fraintesa per la sua grande resistenza a non mostrarla e dall’altro i medici della fabbrica che forse vedono la sua malattia, ma la vogliono accertare con certezza. Il suo obbiettivo: sfuggire con la nuova vita della fabbrica al suggello della malattia. La logica gli viene dal mondo popolare e dalla centralità del malato: Albino ritiene che se lavorerà come gli verrà richiesto egli si potrà considerare sano. Sennonché la sua logica è ridicolizzata dalla medicina ufficiale della fabbrica. Da qui il sorgere o il risorgere della sua mania di persecuzione. Tutto il racconto è tappezzato da queste fabulazioni da perseguitato, egli è lucido e la sua logica non sembra fare una grinza: è sbagliata, però, la premessa della guerra, tipico atteggiamento che assumono i malati di mania di persecuzione. Da notare, inoltre, che Albino quando si addossa le colpe di altri non lo fa come lo possono fare i santi o come i componenti di certi ordini monastici che cercano di imitare Cristo, ma semplicemente per un senso di vittimismo che probabilmente aveva acquisito fin da quando gli era morto il padre: prima orfano di padre con conseguente perdite di anni scolastici, poi prigioniero di guerra con conseguente tubercolosi polmonare. Essenzialmente colui che si sente vittima scarica tutti i malanni sulle colpe degli altri o sul destino e nasconde a se stesso le sue - ndr).
La visita conclusiva prima dell’assunzione in fabbrica Albino la riceve dal dott. Tortora. Costui lo riconosce debole, ma non debolissimo. Pur perplesso, considerata la giovane età e che quindi può riprendersi, considerato lo stato di ex-prigioniero e reduce di guerra, lo manda a lavorare raccomandandogli di mangiare molto e di dormire regolarmente, offrendogli tutta la collaborazione per farlo riprendere del tutto. Questo discorso inorridisce Albino e gli suona come l’inizio della sua rovina. E’ l’inizio della guerra.
Al primo giorno di lavoro Albino scopre il frastuono delle macchine, quel rumore che cade addosso come una doccia e che più che a guardare ti costringe a sentire a sentire senza volontà.
Nonostante ciò rileva come tutti gli operatori si siano abituati a quel frastuono e riescano a comunicare senza problemi.
Albino viene messo nella squadra dei fresatori con a capo reparto Michele Grosset e impara ben presto il suo lavoro. Albino cerca in fabbrica una persona sincera, qualcuno con cui parlare, qualcuno che potesse aiutarlo. Ma trova che in quel posto intraprendere ogni tipo di discorso è difficile e, qualora lo si intraprenda, va a finire sempre in risate, malignità o in sfoghi di risentimento e di disprezzo. Il lavoro era pesante, per lui e per tutti, ma non se ne parlava tranne che col capo o in caso di difficoltà. Avendone esperienza Albino riscontrava che il non parlar del lavoro in fabbrica era come il non parlar della malattia e delle cure in sanatorio. Malattia, cure e lavoro si subivano.
I compagni di lavoro colti sull’argomento della soggezione al lavoro in fabbrica se ne uscivano dicendo che comunque, o si lavorava dentro la fabbrica oppure fuori , sempre per un padrone bisognava lavorare. E ad Albino che s’infervorava oltremodo nel voler dimostrare che ci sapeva fare come e meglio degli altri Grosset diceva passandogli una mano sulla spalla: "Vai calmo Saluggia. Non prendere il lavoro come un nemico o non durerai a lungo… siccome il lavoro è per forza una parte della tua vita cerca di non rovinartela."
Michele Grosset era senz’altro il più buono e il più bravo di quelli che Albino conosceva della fabbrica, ma era deriso per via delle corna che gli metteva ripetutamente la moglie. La cosa era risaputa e si diceva che tra gli amanti di un mese la moglie avesse avuto pure qualcuno del reparto fresatori.
Le manifestazioni di derisione più o meno palesi erano frequenti e ad Albino ogni volta faceva pena che ridessero di lui.
Il rumore lo rapiva; il sentire andare tutta la fabbrica come un solo motore lo trascinava e lo obbligava a tenere con il suo lavoro il ritmo che tutta la fabbrica aveva….la gente non esisteva più ed Albino pensava che per quanto nella fabbrica si lavori tutt’insieme, stretti nei reparti …o si mangi in tanti alla mensa e si viaggi tutti sulle corriere, è difficile poter avere delle compagnie e degli aiuti dagli altri. Amava sempre di più la fabbrica e sempre di meno s’interessava alla gente che vi lavorava. Gli sembrava che tutti gli operai avessero poco a che fare con la fabbrica. Che fossero o degli abusivi o dei nemici, che non si rendessero conto della sua sovrumana bellezza e che proprio per questo, lavorando con più fracasso del necessario, parlando e ridendo, la offendessero deliberatamente. La fabbrica gli appariva sempre più bella e gli sembrava che si rivolgesse direttamente a lui, come fosse l’unico o uno dei pochi in grado e ben disposto a capirla (Visionarismo – ndr).
In certi momenti di maggior lena Albino sentiva il lavoro andare e mordere nel ferro della fabbrica come un trattore che ara in un campo o come un’automobile che corre sull’autostrada. E gli sembrava che fosse lui ad arare o a guidare; che la forza del rumore e del rendimento dipendesse da un acceleratore legato al suo lavoro: quando Albino aumentava, aumentava tutta la fabbrica e quando rallentava si sentiva qualcosa provocare la caduta all’unisono del ritmo di lavoro di tutti, qualcosa come l’aprirsi di una porta, il nascere di una voce, una finestra aperta richiamare attenzione.
Passati quasi due mesi di lavoro nella fabbrica Albino si accorse però di non aver guadagnato o perduto niente. Era la stessa persona di 50 giorni prima, la stessa da tanto tempo, e che niente era cambiato dentro e fuori di sé nelle cose importanti della sua vita.
Prima di Natale, non essendo nemmeno passati 6 mesi dall’essere entrato in fabbrica, in un serata nevosa Albino avverte i primi sintomi di una ricaduta. Ma come a voler sfidare i suoi mali non se cura, non si riguarda e si convince che quello che gli succede non abbia niente a che fare col suo male. Cominciava a lavorare di malavoglia, verso sera nonostante la stagione fredda sentiva un caldo estenuante come quello di una stufa troppo violenta. Per scacciare pensieri tristi Albino pensava di fare un viaggio per Pasqua in Francia, a ricercare quella bella campagna di Avignone in cui soleva trascorrere da piccolo il lunedì di Pasqua. E rivedeva il padre che nel dopo pranzo si toglieva la giacca e la camicia e restava con una maglia pesante e irsuta, color terra. Le maniche gli arrivavano poco dopo le spalle e gli uscivano braccia bianchissime, scosse dalle ombre e dai fasci di muscoli enormi. Le braccia avevano un pelo rado e nerissimo, che gli indicava una malattia antica. Vedeva il suo collo entrare nella maglia pallido e nero con due grandi solchi: in quel punto suo padre aveva un neo con un lungo ciuffo e altro pelo che gli usciva dall’orlo. Allora ragazzo Albino capiva che suo padre era malato anche se lui continuava a bere. Il pensiero della malattia di suo padre lo distoglieva dalla sua, che secondo lui non poteva esistere perché uno che ha voglia di viaggiare non è malato.
Ma in effetti quel viaggio in Francia lo sognò soltanto. Tutto quello che gli succedeva fisicamente, tutto quello che scorgeva nel cielo come quegli enormi ventagli di nuvole e quei tagli verdi azzurri neri lassù verso la Val d’Aosta pensava potessero fare da scenario al suo ingresso in una vita nuova, potessero costituire un segno, una chiamata, l’arrivo di una persona. E vedeva questa persona arrivare sempre da un viaggio, oppure partire dopo aver dato uno sguardo alla sua terra (visionarismo - ndr).
Passano i mesi e arriva l’estate col suo gran caldo. Albino faceva una gran fatica a lavorare e per tutto il pomeriggio andava avanti tirato dalla rabbia. Grosset si accorge della sua fatica e un giorno più caldo del solito gli consiglia di andare in infermeria per farsi dare uno sciroppo o una pastiglia.
Grosset stesso prendeva tutti i giorni una pastiglia sciolta in un bicchiere d’acqua pronto sulla sua scrivania.
La mattina del 7 giugno Albino andò in infermeria e il dott. Tortora lo visitò soffermandosi sulla schiena e sul petto. Ascoltò appena le parole che Albino gli diceva sulla sua stanchezza e lo fece rivestire. Ordinò che gli facessero le lastre, gli prescrisse una cura di pastiglie e di iniezioni e gli disse di ripresentarsi dopo 15 giorni. Dopo una settimana ad Albino vengono fatte le lastre. Dopo un’altra settimana Albino viene chiamato dal dott. Tortora. Costui lo dichiara malato grave, bisognoso di cure e di riposo. Gli propone di lasciare il lavoro, di stare a casa fino a dopo le ferie.
Albino gli rispose che non lasciava il lavoro. Albino dunque vince una battaglia. Nonostante il dott. Tortora lo dichiarasse malato grave egli continuava a lavorare. Passarono le ferie. Passò settembre. Ottobre fu meglio per il tempo meno caldo, ma i pomeriggi aveva lo stesso le mani sudate e un senso di sfinimento. Ora cominciava ad avvertire strani movimenti, gli sembrava che tutte le persone, in qualche modo legate alla fabbrica, che lo incontrassero, gli nascondessero qualcosa (mania di persecuzione - ndr). Ai primi di dicembre Grosset lo avvertì che il giorno dopo doveva presentarsi in infermeria per una visita schermografica. I compagni lo avvertirono che la visita era quasi una formalità. La mattina in cui doveva essere sottoposto a schermografia Albino non ebbe segni negativi
dal lago, dall’indiano e dallo scarpone e ciò riuscì a distrarlo dalla preghiera.
Venti giorni dopo la schermografia, il 22 dicembre, lo chiamò il professor Bompiero. Il responso era la tubercolosi in tutti e due i polmoni. Tubercolosi grave, aperta, contagiosa.
Il professor Bompiero gli dice:" Perché non ha detto niente, perché ha sofferto così; da quanto tempo si sente male? In fabbrica, a casa sua, certamente avrebbero fatto." E glielo diceva con commiserazione e con le mani giunte. Questo atteggiamento del professore sembrò ad Albino nient’altro che ipocrisia e il suo muoversi artefatto. Egli avrebbe voluto gridargli: "Sempre sempre ho sofferto e mai è stato vero che io dovessi soffrire. Oggi siete voi, medici di questa infermeria, i miei carnefici. Voi alla vigilia di Natale m’impedite di rinascere e addirittura volete farmi morire. Morire di pena e di disperazione." (Fabulazione in cui ammette di soffrire ma sempre per colpa d’altri e in cui vede mancato l’obbiettivo della sua "guerra" per colpa di quei medici che vogliono suggellare la sua malattia. - ndr).
Sconvolto non volle nemmeno sedersi e rifiutò di sottoporsi a visita. Mentre il professore s’accendeva una sigaretta, scappò gridando sempre più forte: "No, no, no". (Rifiuto della realtà - ndr).
Rientrò nel reparto e si buttò a capofitto nel lavoro. La fresatrice lo assecondava come se capisse la sua disperazione. Intanto si appartava e non parlava con nessuno, altrimenti il diffondersi della voce avrebbe assecondato i piani di Tortora e Bompiero perché, secondo il suo ragionamento, certo la gente e anche i compagni l’avrebbero accettata convalidando la sua malattia (E’ l’aspetto sociale della malattia che lo atterrisce - ndr). Albino fa il suo piano. Non prestarsi al gioco di Tortora e Bompiero , resistere, resistere e non farsi staccare dal lavoro. Per Albino era in atto una macchinazione nei suoi confronti: la lastra malata non era la sua, oppure la sua era stata falsificata; siccome la fabbrica non faceva più assunzioni, Tortora voleva cacciarlo per fare entrare qualcuno al suo posto (fantasie da mania di persecuzione - ndr). Bisognava dunque smentire Tortora con il parere contrario, dato in rispetto della verità, del più bravo dei medici. Egli si recò allora dal professore Giordano che aveva incontrato a Candia a un convegno dell’Azione Cattolica. Ex primario dell’ospedale il professore Giordano era invocato come medico dei poveri e riceveva a casa sua.
Albino espose il suo caso al professore, ma quando costui seppe che lavorava presso la fabbrica X e sentì il nome del dott. Tortora, fece un sobbalzo e si tirò indietro perché non voleva essere trascinato nella medicina sociale precisando che oramai nessuno era più libero di scegliersi il suo medico e le sue malattie. (Il medico esprime la posizione ufficiale della scienza medica - ndr).
Tornando a casa Albino si convinse che il prof. Giordano non aveva voluto farsi complice dei medici che avevano complottato la sua fine. Poi si ricordò di una osservazione che aveva fatto il professore:" Ma una diagnosi così radicale dovrebbe riscontrare in lei molta sofferenza, e da tanto tempo. Una sofferenza così grave che non dovrebbe certo sorprenderla ora."
Albino ritornando un po’ in se stesso diceva tra sé:" Erano dunque i miei mali di tanti anni che ritornavano. Erano mai cessati? I medici mi dichiaravano malato perché sapevano quanto io soffrissi e come certe volte, ogni giorno, durassi fatica a resistere...E loro invece di aiutarmi a prevalere sui miei mali, li rafforzavano per sgominarmi del tutto. Io potevo vincerli, se li tenevo dentro di me, anche ignorandoli; ma se altri li mettevano fuori di me e contro di me, non avrei più potuto dominarli e batterli." (C’è la confessione di uno che soffre in silenzio i suoi mali, sorretto da un io mistico. Albino avrebbe voluto che le sue sofferenze fossero state guardate con altri occhi, cioè come nel mondo popolare il malato, ancora in piedi, viene confortato con parole di fiducia, di coraggio a proseguire nel lavoro perché lo stare oziosi e il pensarci su aggraverebbero il male. - ndr). Era bastato quel richiamo innocente del prof. Giordano per fargli risentire la sofferenza e infatti il dolore e lo scoraggiamento gli impedivano di vedere la facciata della sua casa, di riconoscere la strada, i posti. Ma prima di entrare in casa ritorna a ignorare i suoi mali.
Albino passa il Natale in casa e poi rientra in fabbrica, ma nessuno lo richiama. Il lunedi successivo all’Epifania lo avvertono di avvicinare in infermeria, ma Albino non ci va. Sentita la sua decisione chiamano Grosset. Alle 16 Grosset si avvicina ad Albino invitandolo a confidarsi. Non ricevendo alcuna risposta da Albino il capo reparto gli dice che il medico ha fatto il suo dovere dicendogli tutto.
Albino interpreta il dire di Grosset come il tentativo da parte dell’infermeria di diffondere la voce che lui era malato, visto che egli stesso se n’era stato muto per evitare che altri sapessero.
Il giorno dopo Albino non va a lavorare e resta a letto. Quasi ha un ripensamento, le sue stesse decisioni finivano per sembrargli piccole e irreali e di un’ostinazione poco cristiana. Si toccava il petto e le braccia e gli sembrava che la carne si sfaldasse nel sudore…Se si reclinava sul suo corpo un gusto perverso gli tornava dai tempi del collegio, insieme al desiderio di essere veramente ammalato, a letto, senza compiti e senza lavoro, curato da sua madre, in dolce armonia, come un buon figliolo, contento della protezione (E’ questa la sua vera natura di cui però è stato sempre insoddisfatto, per questo il giorno prima di mettere piede in fabbrica ha voluto cambiare pagina, divenire un altro ed ha stretto quel patto coi suoi mali che gli fanno ritenere perverso questo gusto di abbandonarsi - ndr).
La madre portandogli il cibo al letto gli passò lentamente una mano sulla fronte, per sentire la febbre e anche per asciugarlo. Albino, per un momento, pensa di rassegnarsi: "Se almeno mi lasciassero a casa per le cure, pensai, e questa possibilità mi rese ancora più sconfortato di fronte alle mie decisioni. Avevo l’impulso di reagire, di andare da Tortora per smascherarlo; di correre da lui e da Bompiero di avvertirli chiaramente alla presenza di Grosset della mia conoscenza dei loro raggiri." (Infine prevale la mania di persecuzione - ndr).
L’indomani Albino torna in fabbrica. Grosset appena lo vede gli chiede come sta, poi gli dice che è preoccupato per lui. "Se non vai dai medici - gli dice - forse avvertiranno l’Ufficio Personale. Anche per la salute degli altri." Questa frase lo lasciò di sasso, perché pensò subito al contagio e si sentii finito, incastrato in un disegno tirato sulla sua pelle.
Andò in infermeria. Il dott. Tortora gli porse un bicchierino di liquore per calmarlo e gli disse che era stato informato da Bompiero. La sua proposta, senza alternativa, era quella di farlo curare nel suo interesse più che per quello degli altri. Una cura, da iniziare subito, con qualche mese di ricovero, un bel periodo di convalescenza e poi ben guarito il ritorno in fabbrica, sempre aiutato dall’infermeria e da lui stesso. Poi gli diede appuntamento per le quattro.
Albino si sentì sperduto. Poi cercò l’aiuto di Grosset. Lo incontrò alla mensa e mangiarono insieme. Dopo avergli spiegato la situazione Grosset gli disse: "Capisco tutto, tu hai forse ragione; ragione per il passato e per tutta la tua vita; ma questa volta c’è una verità precisa, tua o non tua, che non puoi trascurare." (Grosset di fronte alle prove diagnostiche ragiona secondo la logica della fabbrica che non sa che farsene della centralità del malato quando è messa a rischio la salute collettiva. - ndr)
Albino cerca di convincerlo di essere perseguitato da tutti, da Tortora per primo, di avere la sensazione che tutti lo considerano e ascoltano i suoi discorsi con occhi particolari; poi andando in giardino, in un moto di lacrime, fa una minaccia generica per tutti i medici e per tutta la fabbrica e considera Grosset loro complice.

 

Dovresti calmarti, perché sei un malato – disse Grosset duramente.
Lei allora è un cornuto!!! – gli urlò Albino e subito dopo si buttò a piangere.

Albino si rese conto di avere offeso Grosset, ma questo lo aveva fatto per fagli capire la loro uguaglianza, tutti e due infelici e oltraggiati (in effetti c’è una certa analogia tra la malattia e le corna, o meglio tra una malattia socialmente pericolosa, che ieri era la tubercolosi e oggi può essere l’AIDS, e le corna: entrambi sono più sopportabili se nella cerchia di conoscenze e di lavoro dei colpiti, non parlo delle vere amicizie perché l’amico ti da sempre una mano, non se ne ha notizia. Inoltre poiché Albino ritiene fermamente che i suoi mali gli vengono dalle colpe di altri, egli trova un’altra analogia con le corna: infatti queste li mette sempre un’altra persona al colpito. - ndr)
Grosset prima di andarsene gli disse: "Soffri molto, Saluggia. Mi dispiace. Vedi tu che cosa puoi fare. Fuggire non ti serve."
Poi Grosset si prende la responsabilità di consegnarlo alle guardie per accompagnarlo in infermeria. Albino, come ultimo tentativo folle di trovare una soluzione, voleva sbandierare e gridare a tutti che Grosset era un cornuto per fare saltare uno scandalo, ma lo stesso Grosset lo precede e prima che lui entri nel reparto lo consegna alle guardie. Albino tradito e distrutto sente appena che Grosset gli dice di non poterlo più riprendere in reparto e di avere il dovere di costringerlo a curarsi.
Albino entra in sanatorio il 25 gennaio 1948 e ne uscirà, contro il parere del primario che lo voleva tenere ancora tre o quattro mesi, alla vigilia di Natale dello stesso anno.
Egli si chiude in isolamento e non vuole ricevere nemmeno la madre se non quando verrà esclusa la sua possibilità di contagio. Non riceve Grosset, né altri compagni di lavoro perché significherebbe comprovare la sua malattia.
Ha la possibilità di avere contatti sessuali con ragazze del sanatorio, ma non ne sente assolutamente il bisogno. Il suo appetito sessuale, ma anche la sua curiosità sessuale sono inesistenti come quando militare veniva sfottuto dai commilitoni perché non andava a donne. Una sera che tardava a dormire senti bussare nel muro esterno accanto alla finestra. Erano due ragazze che volevano fare conoscenza. Nel mezzo del dialogo la ragazza che parlava gli dice che c’è con lei una bella ragazza che si chiama Vera, ma quello non è il suo nome vero. Si intuisce che le ragazze si mettono dei soprannomi per sfuggire a un eventuale controllo. La ragazza lo invita a venire da loro e gli indica pure la strada. Però si deve arrampicare e loro lo aiuteranno. Se ha paura gli suggerisce di venire con un amico. Albino dice che non può trovare un amico. La ragazza gli consiglia di rivolgersi a qualcuno che si trova in sanatorio da tempo e dirgli che c’è la Marina. Albino chiede cosa verranno a fare. E la ragazza gli dice espressamente: "A fare, si a fare." E Albino: "Cosa?". Alla fine lo invita, dandogli istruzione, a venire solo o con un amico, possibilmente giovane e non dell’isolamento. E gli dice pure che nel giardino loro sono quelle sotto l’albero di ciliegio.
Albino è felice di questa improvvisa intrusione delle donne nella sua vita e già fantastica su Vera e spera che sia quella bella ragazza di tipo slavo con le trecce che ha incontrato nel corridoio della sala operatoria. Ma la bellezza di questa ragazza s’ingigantisce ed ha su Albino un effetto bloccante e ne comincia ad aver paura. La paura di questa bellezza diventava piano piano la paura di vederla, di affacciarsi dal terrazzo, di essere notato e deriso. L’indomani alla messa domenicale la vicinanza delle donne lo turbò ancor di più. Si accorse che non c’era quella ragazza incontrata nei pressi della sala operatoria, scartò le altre e s’infervorò nella preghiera. Nell’ora della libertà Albino non ebbe il coraggio di andare sul terrazzo e scorgere le donne. La sera si addormentò e perse l’appuntamento.
La notte di martedì la Marina, quella nominata dalla donna che aveva bussato la notte del sabato precedente, venne a bussare al muro della stanza di Albino. Dopo qualche scambio di parole la Marina lo chiama fesso e gli chiede se gli piace Vera. Albino gli chiede se è bruna. E Marina lo insulta ritenendo la richiesta stupida considerata l’offerta. Poi la Marina come per sfidarlo gli dice: "Apri la finestra che vengo io a trovarti." Albino a questo punto si rimise a letto e spense la luce per non subire una tale imposizione (Ancora l’io-mistico, il più libertario; però non c’è dato sapere se quest’io-mistico di Albino controlli un reale appetito sessuale - ndr).
Poi la Marina quasi con la forza entra dalla finestra di notte. Era molto alta, pallidissima, capelli bianchi e neri, occhi nerissimi, labbra nere e teneva una sigaretta con una mano fasciata. Albino ebbe paura di tutto l’insieme, della sua figura, di quelle circostanze e si blocco’: non reagì per buttarla subito fuori, né l’accolse. Le richieste di Marina sono sfacciate, ma Albino vuole che se ne vada. Marina prima di andarsene gli dice: "Ti piace Vera? Te la porto qui, se tu non vuoi venire. Basta che chiami un altro…e che metti sigarette. Cosa speri? d’uscire? Organizzati, salame…Dammi i dolci per Vera.".
Albino non spegne la speranza ingenua che Vera fosse veramente tale e che potesse incontrarla sul punto di guarire; uscire insieme dal sanatorio, chiudere insieme una brutta vita e cominciarne un’altra sani e liberi. Il pensiero di incontrarla e di come fare a vederla e a parlarle, mentre se la raffigurava brunetta e con i capelli lunghi, gli occhi grandi e spaventati dalla malattia, vinceva ogni diffidenza che potesse essergli dettata dalla sua amicizia con Marina e dalla sua presenza nei gabinetti. Tutt’al più questo aumentava la tenerezza di Albino per lei con un sentimento di protezione, che avrebbe dovuto dargli forza addirittura nei confronti della sfacciataggine di Marina.
E cominciava a credere che quella Marina fosse qualche complice del dott. Tortora inviatagli per rovinarlo del tutto proprio nel momento in cui riusciva a servirsi del sanatorio per riprendersi e rafforzarsi.
Altri avvenimenti, però, dovevano provarlo. Tre notti dopo Marina bussa al muro e gentilmente gli chiede come sta, gli augura di rimmettersi presto e gli manda i saluti di Vera. Mentre si dimostrava così premurosa qualcuno bussa alla porta e senza consenso entrano tre uomini giovani. "Siamo amici - gli dicono – vogliamo passare per la tua finestra per andare a trovare le ragazze." Ed escono dalla finestra dove fuori l’attendono Marina ed altre donne che ridono. Albino ritiene di riconoscere la risatina di Vera. Si butta a letto e si mette a piangere pensando alla madre e ai suoi avvertimenti sulle donne.
Da allora Albino si convince che, anche se esiste, Vera è una poco di buono. Nonostante ciò una mattina d’estate scende nella terrazza del refettorio che da sul giardino delle donne per vedere in faccia le amiche di Marina, per poter riconosce Vera e leggere nel suo volto la colpa o l’innocenza.
Scorge dalla balaustra della terrazza l’albero di ciliegio. Proprio sotto l’albero non c’era nessuno.
Accanto all’ombra dell’edificio ci sono degli ombrelloni. Albino si avvicina di più e sente la voce di Marina. Da sotto l’ombrellone più vicino al suo spuntano due gambe di ragazza che si muovono indolentemente. Da quell’indolenza Albino comprende che la ragazza è colpevole e certamente complice, succube di Marina nella giostra serale degli uomini. Dal modo in cui era tanto vicina a Marina e con le gambe direttamente rivolte a lei Albino capì anche che la ragazza era Vera, senza alcun dubbio.
(Visionarismo autodifensivo o sesto senso? - ndr)
Albino dopo essere uscito dal sanatorio passò un periodo di 5 mesi, da gennaio a maggio 1949, a casa a Candia. Andava, però due volte alla settimana in città per fare il pneumotorace presso il Dispensario antitubercolare. Lo stesso giorno in cui fu dimesso dal Dispensario, perché ormai in buona salute, si presentò, in città, al Commissariato di Pubblica Sicurezza. Al funzionario incaricato chiese di prendere atto, viste le carte rilasciategli dal Dispensario che era completamente guarito, era guarito da una malattia che non aveva voluto, che altri gli avevano gettato sulle spalle. La sera a Candia avvisò il parroco e l’indomani mattina il maresciallo dei carabinieri. Tutti assentirono e gli fecero molti complimenti e auguri. A tutti disse: "Se ora un medico dicesse che io sono malato o lo dicesse anche fra qualche tempo, che cosa direste voi? Direste, se siete buoni cristiani, che quel medico mente e attenta alla mia vita. Si, fatemi gli auguri ma soprattutto proteggetemi, ricordandovi di questo che vi ho detto." (Questa risoluzione di sbandierare la sua situazione alle autorità mi sembra un’operazione di spessore inferiore al discorso che fece ai suoi mali la sera prima del primo giorno di lavoro in fabbrica. Allora assunse la forza di un superuomo che afferra i suoi mali, li rimpiccolisce e li caccia nel profondo della sua anima per non sentirli più o sentirli molto meno, ora diventa un piccolo uomo, un uomo comune che si appella alle autorità, un’azione che a mio avviso un vero malato di mania di persecuzione non farebbe mai. Nella prima parte, infatti, lo scrittore riesce a produrre pagine di forza epica, dopo questa svolta il racconto narra una guerra sempre più impari dalla quale Albino uscirà annichilito e poche sono le pagine di grosso spessore lirico-narrativo, a parte l’esplosione lirica finale. E’ probabile pure che tutto ciò sia stato voluto dall’autore. - ndr).
In fabbrica fu rimandato alle frese, ma non da Grosset. Il suo nuovo capo reparto era Manzino.
Albino si rivolse a Grosset che promise di interessarsi per riaverlo con sé. Manzino, perito industriale, lo ricevette con grande gentilezza, gli strinse la mano e gli raccomandò di essere franco.
Così facendo lo avrebbe aiutato in tutti i modi. Gli raccomandò di evitare il disordine nel lavoro, l’affanno, la sporcizia e le chiacchiere fuori posto e di tenere una tuta sempre pulita e non portare gli zoccoli. Già il primo giorno Albino fu interrotto nel lavoro da Manzino per delle osservazioni. Gualatrone, un operaio del reparto, e altri non potevano soffrire Manzino per questo suo continuo intervenire. Due giorni dopo Albino veniva chiamato in infermeria da Bompiero che lo visitava e non contento voleva rifare una serie di lastre. La sera, invece di ripartire subito, Albino si reca al Commissariato di P.S. e gli lascia un messaggio: "Il professor De Saint Martin mi ha dichiarato guarito a tutti gli effetti in data 16 maggio 1949. In data successiva di pochi giorni, durante i quali è da escludere che possa essersi riaperto un processo patologico a carico dei miei polmoni, il professore Bompiero malignamente vuol operare altri controlli allo scopo di pescare nel torbido. Cosa ne pensa la P.S.? Chiedo la sua protezione".
La stessa denuncia fa la sera al maresciallo dei carabinieri di Candia. Dopo questi interventi, cioè dopo aversi assicurato la protezione Albino trova la forza e la tranquillità di sottoporsi alla schermografia. Bompiero si pronunciò per uno stato instabile e consigliò ad Albino un "periodo di precauzioni" in cui doveva evitare qualsiasi cosa potesse nuocere ai polmoni.
Albino non ascoltò nemmeno quelle premurose raccomandazioni. Egli riteneva che i medici non erano andati oltre perché altrimenti sarebbero caduti nella trappola da lui tesa, una volta che si era messo sotto la protezione delle autorità. Pensava di aver vinto una battaglia (fabulazione da malato di mania di persecuzione - ndr).
Nel tentativo di tranquillizzarsi Albino stabiliva tre punti fermi per la sua condotta: evitare le visite in infermeria; rivolgersi spesso per controlli al prof. De Saint Martin del Dispensario; tenere avvertiti polizia e carabinieri. In più, lavorare bene per non avere incidenti e storie nella fabbrica, vivere in pace con sua madre e pregare.
Era invece incerto sulla sua intenzione di tornare da Grosset. Là, almeno due, Grosset e Pinna, sapevano della sua malattia e così potevano tenerla in vita e potevano cedere più facilmente agli attacchi dei medici, ritirando fuori, all’occasione, la storia precedente (lucido discorso tipico della mania di persecuzione che conferma la scelta non felice dello scrittore di mettere nel mezzo le Autorità - ndr). Nel reparto di Manzino invece non sapevano nulla. Dalla parte di Grosset c’era, però, il fatto che non faceva pesare il lavoro rispetto a Manzino. Albino convenne che era meglio lasciar andare la sua richiesta per conto suo e rivederla, come aveva detto Grosset, dopo le ferie.
Intanto Manzino domanda ad Albino cosa volevano in infermeria e Albino sente che la fabbrica non l’ha perdonato, che la fabbrica non perdona chi è solo.
Albino rispose che volevano delle informazioni per chiudere una pratica di una completa guarigione. Manzino rispose: "Bene… I malati non li accetto; non è giusto. Chi è malato ha diritto di stare a casa." Albino fu impressionato da questa dichiarazione, gli sembrava diretta contro di lui, già legata alle intenzioni di Tortora e Bompiero. Lo salvò in quel momento Gualatrone che gli domandò se Manzino andava cercando di creare qualche fastidio.
Tortora dopo qualche giorno chiamò Albino in infermeria. E Albino non ci andò. Qualcuno lo stesso pomeriggio telefonò a Manzino che lo chiamò presso il suo tavolo.

 

Il dott. Tortora vuole vederti - gli disse – e tu devi andarci; non puoi rifiutarti in nessun modo. Il dottore è medico di fabbrica e può a sua discrezione, nell’interesse della fabbrica e tuo, disporre visite, controlli ecc…Vuol rendersi conto delle tue capacità.
Ma tra fabbrica e medico c’è differenza - insinua Albino.
Che cosa vuol dire? Non c’è nessuna differenza. Il dottore decide certe cose per conto della fabbrica - replica Manzino,
Ma la fabbrica ce l’ha con me? Ha qualche motivo di farmi male? - Ancora Albino.
No - conferma  Manzino.
Invece Tortora sì. Tortora ha deciso di rovinarmi. Dal primo giorno, in tutte le occasioni. La fabbrica non c’entra niente, anzi dovrebbe aiutarmi - controbatte Albino.
Perché Tortora ce l’ha con te? - chiede Manzino.
Non lo so, per cattiveria forse - risponde Albino.
Non ci credo. In ogni caso tu devi andare da lui e dichiarare francamente le tue ragioni. E poi puoi sempre ricorrere alla Presidenza - afferma Manzino.
Alla presidenza? - chiede Albino.
Si, alla Presidenza della ditta. Lì potranno anche distinguere tra la fabbrica e il medico. Ricordati intanto che il dott. Tortora ti aspetta domattina alle nove. Vuol solo parlarti. Io ti dico che se non andrai da lui non potrò riprenderti a lavorare.
Albino tornò al suo posto e già sentiva sulle sue spalle prossima la fine, la fine di tutto.
L’indomani mattina Albino era da Tortora che dopo i convenevoli gli domandò conto e ragione del suo modo di comportarsi con i medici.

Albino che si rendeva conto che nel momento stesso in cui avrebbe espresso i suoi pensieri lo avrebbero cacciato dalla fabbrica si limitò a dire: "Io sto bene e non ritengo necessario curarmi di mali che non ho. Io posso continuare a lavorare tranquillamente."
Questo dobbiamo dirlo noi, caro ragazzo, se lei sta bene o sta male. E noi abbiamo fatto più analisi e lastre per lei che per un reparto intero. I nostri risultati sono indiscutibili.
(Nella logica della fabbrica in caso di malattia sociale di tipo contagioso riscontrabile con la diagnostica radiologica il centralismo del malato non è considerato. - ndr). Poi il dott. Tortora chiede ad Albino di non distribuire bigliettini che possano gettare ombre sul suo conto e dell’infermeria pena la perdita dell’amicizia. E aggiunge che quelli del Commissariato gli avevano consegnato quel bigliettino e avevano ritenuto, nell’interesse di tutti, di lasciarlo arbitro della situazione. Altrimenti avrebbero potuto fare passare a lui Albino un brutto quarto d’ora :diffamazione ecc…
Albino si ancora alla sua unica risorsa: "Ma il prof. De Saint Martin?"

 

Va bene ecco il grande nome! Allora le dirò tutto. Sa che il prof. De Saint Martin lavorava in questa infermeria prima del prof. Bompiero? E sa che, data la sua età, non era ritenuto adatto a svolgere una mole di lavoro tanto grande …..Questo vuol dire che De Saint Martin oggi è risentito e che dice, purtroppo e, voglio credere, in buona fede, bianco dove noi nero e viceversa. Se noi l'avessimo trovato sano egli l’avrebbe subito definito malato. Dimetta, quindi, ogni incertezza e si fidi di noi…(Il discorso non è chiaro perché da poco valore alla diagnostica radiologica e quasi nessuno all’esperienza tecnica di uno specialista pneumologo. - ndr)

Albino sente la falsità del discorso, ma non può reagire. Tutta la situazione era così basata sulla menzogna, come tutta la fabbrica, ormai intorno a lui, che il dire la verità lo avrebbe immediatamente messo fuori.
In un soggiorno presso un albergo della Val d’Aosta messo a disposizione dalla ditta per il periodo di ferie dei convalescenti Albino ha il tempo di leggere un libro sulla Val d’Aosta:
Le lépreux de la cité d’Aoste - . Tale libro lo appassionò e commosse perché sentiva quanto la sorte del lebbroso fosse crudele e quanto la sua poteva diventarlo
(Nelle società tradizionali la lebbra era un suggello, una macchia che colpiva le famiglie per molte generazioni. I colpiti cercavano di nascondere la malattia al suo primo nascere per questo motivo, ma tale comportamento si rivelava catastrofico e controproducente perché oltre al colpito venivano colpiti i familiari e altri intimi della casa. Sicuramente qualcosa di simile avveniva ed era avvenuto per la tubercolosi . G. Pitrè riferisce che alcuni, colpiti dalla malattia, per non far credere a loro stessi di avere un mal di petto, sputano in catinelle preparate a bella posta dalla famiglia. In quelle catinelle poi ci sarà chi si laverà il viso (op.c. p.414). - ndr).
La mania di persecuzione non lasciava Albino ed egli prese male la comunicazione di Tortora che a Novembre era opportuno che Bompiero lo rivedesse.

 

Avevano tracciato la pianta dei loro disegni e andavano avanti gradualmente, con un cattiveria che non poteva mancare il successo – Pensava Albino.

Allora tentò la carta della lettera alla Presidenza come gli aveva detto Manzino . E scrisse una lettera sul dott. Tortora e sul suo modo di comportarsi. La lettera poneva questi interrogativi:

 

E se un medico di fabbrica sbaglia? E se ci sono pareri contrastanti? Chi può stabilire la verità su un certo caso anche in modo che l’autorità non possa essere esplicata come un arbitrio o per calcoli o tornaconti personali o, peggio ancora, per perseguitare altri del nostro prossimo di operai?

La risposta arrivò dopo tre giorni puntualmente firmata dal dottor Oscar Carpusi della segreteria della presidenza.
Diceva che scriveva per incarico diretto del Presidente, dichiarandone il rammarico per non averlo fatto di persona per impegni più urgenti e pesanti. Precisava che il Presidente aveva considerato il caso ed espresso stupore per la sostanza della lettera e rincrescimento per la condizione di disagio che certamente l’aveva dettata. Più in sintesi, comunque, diceva che avevano la massima fiducia nella loro organizzazione e quindi sui responsabili dell’infermeria, il dott. Tortora e il supervisore prof. Bompiero, un’autorità scientifica. La lettera finiva invitando il destinatario a mettersi con assoluta fiducia nelle mani del dottor Tortora e dei suoi consulenti della cui attività lo scrivente e coloro che rappresentava si rendevano garanti.
Albino rimase sconfortato, quella lettera aveva il linguaggio, i particolari del modo di parlare del dott. Tortora. Il Presidente, che avrebbe dovuto rispondergli, era nominato per dire che aveva fiducia in Tortora. – Se la fabbrica aveva ormai deciso di schierarsi contro di me, chi avrei potuto avere dalla mia parte? Nessuno o solo il mio dolore, me stesso, le preghiere, la giustizia. – pensava Albino.
Poi finì col pensare che Tortora era amico di Carpusi e che per arrivare a chiedere giustizia bisognava battere un’altra strada.
A novembre decise di chiedere a Grosset di essere trasferito nel suo reparto insieme a Gualatrone che era stanco di Manzino. Grosset rispose che non era possibile e che con le ultime disposizioni tutti i trasferimenti dovevano essere fatti da un apposito ufficio. Pinna, un operaio di Grosset, m’incontrò e allegro come sempre m’annunciò che aspettava la qualifica e che sarebbe passato all’attrezzaggio.
Gualatrone quando lo seppe disse: "Dagli altri reparti passano. Qui Manzino ci tiene tutti fermi."
Il modo in cui Manzino li faceva lavorare, l’ordine, il silenzio, gli sguardi divisi, la grande pulizia, il suo stesso modo di parlare, di venirci incontro, di vestirsi e di chiederci le cose sembrava finto e fermo.
L’unico sostegno per Albino in quel reparto rimaneva Gualatrone . Con lui si parlava meglio fuori del reparto, mentre tutti gli altri sparivano e non s’incontravano più dopo il lavoro. Secondo il modo di vedere di Albino, Gualatrone appena metteva le mani sotto l’acqua del rubinetto degli spogliatoi prendeva un altro colore e diventava più bello
(è l’ammirazione che un fanciullo può provare per un adolescente un po’ più grande col quale spera di allacciare un rapporto di amicizia - ndr)
Albino è preso da apatia per il lavoro, ma quel che è peggio non si riguarda più. Mangia poco o di meno, fuma 20 sigarette al giorno e rincasa tardi la notte col freddo dopo essere andato al cinema.
Indossa il cappotto solo ai primi giorni di dicembre lo stesso giorno in cui viene chiamato in infermeria da Bompiero per i controlli. Proprio nel momento in cui Albino aveva quasi convinto Manzino a proporlo per la qualifica.
Ma la qualifica gliela tolse Bompiero. – Torni a lavorare dopo l’Epifania. Se va avanti così, non finisce l’inverno senza aggravarsi. Mi dia ascolto. – Gli disse il professore. E cosi fu.
Al rientro al lavoro per aver richiesto la qualifica Albino fu sballotato come una palla. Manzino gli disse che non era il momento e sorrideva come al suo solito. – C’è poco da ridere. Poco assaie. – Gli disse Albino aggiungendo, chissà perché, quella parola in napoletano.
Manzino lo manda dall’ing. Pignotti , un capo officina molto alto di statura. Albino gli dice le cose come stanno e Pignotti gli dice di tornare fra dieci giorni. Albino cerca Grosset, gli racconta tutto e chiede di essere trasferito. Grosset gli dice che proverà, ma che adesso per via di Pignotti è più difficile. Mangiano insieme e Grosset lo invita a finire la carne e gli raccomanda di curarsi; che la salute viene prima della qualifica.
Dopo 10 giorni Albino si presenta a Pignotti . Costui per prima cosa gli fa una romanzina per aver risposto male a Manzino. Pignotti lo ritiene uno dei capi migliori di tutta la fabbrica, uno che sa trattare bene gli operai. E poi diceva: - E voi operai, mistero dell’officina, se un capo vi tratta bene e con buone maniere lo chiamate ipocrita e lo prendete in giro, se uno vi tratta con fermezza allora è un presuntuoso quando non diventa un aguzzino….Comunque per questa volta non ti darò punizioni. Ma m’interesserebbe sapere perché hai risposto male a Manzino. Sei stato istigato? Sono stati i discorsi contro la Direzione che girano in quei reparti a farti pensare che fosse possibile assumere un tale atteggiamento?- E ancora senza farlo parlare: - I discorsi vanno fatto fuori e anche lì con giudizio….la qualifica è niente. Si può avere e non si può avere…- Poi gli disse che lo avrebbe chiamato il giorno dopo. Albino non aveva capito cosa volesse.
L’indomani Pignotti è più concludente . Pignotti facendogli capire che conosce tutta la sua vita, gli arriva a chiedere di fare la spia nel reparto. Albino rimane confuso. Pignotti dondolando il capo gli dice che voleva delle informazioni che potevano servirgli per sapere come meglio dirigere i reparti, informazioni sugli umori, sui discorsi sulla gente. Concludendo fa: - Ha sempre conto quel che si dice……Nel giro di un paio di mesi, se continuerai a lavorare bene ti farò avere la qualifica. –
Albino uscii da quell’ufficio quasi orgoglioso dell’offerta… si convinceva che tutto sarebbe stato nell’interesse di tutti. Forse sarebbe riuscito anche a far trasferire Gualatrone. Ma a poco a poco si rese conto quanto era basso l’altissimo ingegner Pignotti e molto peggio di Tortora. Anche lui lo aveva prescelto e in modo ancora più vile…Non lo conosceva, né qualcuno dei suoi amici lo aveva raccomandato a lui. – Perché dunque voleva che proprio io facessi la spia? Aveva citato molte delle mie disgrazie e aveva dimostrato di conoscere bene la mia storia; aveva anche detto – non preoccuparti di Tortora, ci penso io -. Che cosa c’era in me di vile che poteva dare a lui l’appiglio o l’impressione che io potessi servirlo in quel compito? Pensai che la mia solitudine potesse essere interpretata da lui come vigliaccheria e come risentimento; dunque aveva così poco capito della mia storia.-
Con questi dubbi Albino si rivolse in confessione al parroco di Candia. Questo giovane prete che Albino stimava non giudicò molto gravi gli avvenimenti:
- Sai, Albino, il governo degli uomini è sempre una cosa difficile. Non possiamo giudicare. E se l’ingegnere lo facesse a fin di bene? E’ necessario battere il comunismo, ritrovare ordine e buoni principi; sistemare ogni cosa. La fabbrica è un punto difficile e tu lo sai bene. In fabbrica germoglia il seme dell’indifferenza verso Dio. Sai che i miei parrocchiani dopo poco tempo che sono assunti non vengono quasi più in chiesa? Le donne diventano più libere e gli uomini più orgogliosi. Forse Pignotti si riferiva proprio a queste cose, che vanno affrontate. Giudica secondo la tua coscienza. Non allarmarti in anticipo. Prova a riparlargli e cerca di capire meglio il suo scopo.

 

Ma lui vuole che io faccia la spia.
Eh! Che parola grossa! C’è forse in fabbrica la guerra che a qualcuno occorrono delle spie?

Per Grosset, a cui Albino confida ogni cosa, invece la guerra c’è. Secondo Grosset, Pignotti se potesse farebbe lavorare con le bastonate: - Dopo la Liberazione sembrava un agnello….Ora vuol comandare, vuol comandare a tutti i costi. C’è proprio la guerra; finché le fabbriche non saranno di tutti non ci si lavorerà mai in pace. E anche allora bisognerà stare attenti. Tu però va’ ogni tanto da Pignotti e raccontagli qualcosa. Digli che la gente dice male della mensa e che si lamenta per i salari, e basta.
Albino non si fa vedere da Pignotti. Costui dopo qualche mese lascia la fabbrica per andare a dirigere delle miniere in Brasile.
Gualatrone accetta l’amicizia di Albino e qualche volta vanno insieme al cinema. Una sera nevicava tanto che Gualatrone non lo lasciò rientrare a Candia e lo portò a dormire a casa sua.
Gualatrone dormiva in un piccolo letto che lo conteneva appena. Albino notò che prima di mettersi a letto si era fatto in fretta un piccolo segno di croce e s’era baciato un dito. Albino si sentì molto bene in casa dell’amico. Sentiva il letto più forte di quello di casa sua. Il sonno di Roberto, il nome di Gualatrone gli suonavano così puliti che gli sembrava di tornare ragazzo, ai tempi di Avignone
(ancora il fanciullo che cerca protezione in uno che ha sicuramente forza, potenza e bellezza, tanto che le donne non gli mancano mai; mentre Grosset per Albino è intelligenza, bontà e, in un certo qual modo, comune esperienza - ndr).
Intanto Albino comincia a faticare moltissimo nel lavoro e gli sembra che gli altri se ne accorgano. E’ irascibile e di cattivo umore, specie nel lavoro, ma tutto ciò è slegato ai suoi mali. Le arrabbiature lo allontanavano dai mali e gli davano un’altra personalità e altre preoccupazioni.
Prendeva spesso a calci la cassetta dei pezzi che vanno nella fresatrice rovesciandola, e la cascata rumorosa del metallo era come un avvio, un incentivo a distruggere, a fare ancora cose più sconvenienti…Rispondeva male ai suoi compagni e se appena lo avesse potuto li avrebbe picchiati.
Il lavoro gli andava male; cominciava a scendere nelle percentuali del cottimo e più in basso andava, più il gusto dell’umiliazione lo spingeva a fare ancora meno. La sua vita nella fabbrica non procedeva secondo quello che egli aveva sperato all’inizio.
A carnevale per una reazione incontrollata a degli scherzi babbei Albino lancia un martello addosso a un vecchio collega. A questo punto qualcosa capitò. Fu mandato all’Ufficio Personale e fu aperta una inchiesta. Albino trovò il modo di essere ascoltato e disse tutto dall’a alla zeta, da Tortora alla qualifica. L’Ufficio Personale gli diede un’ammonizione scritta, ma nessuna risposta a tutti i suoi interrogativi.
Albino dopo tante vicissitudini, dopo tante umiliazioni fa a se stesso un rapporto tra la fabbrica e i problemi di coloro che vi vivono.
- I problemi della paga oraria, del cottimo, del posto qui o là, contano relativamente poco e non sono quelli che dispongono della nostra vita nella fabbrica. L’importante è che le fabbriche, così come sono fatte oggi, annullano piano piano per tutti quelli che vi vivono il sentimento di essere su questa terra, da solo e insieme agli altri e a tutte le cose della terra. Così si dimentica quale è il destino degli uomini e subentra un orgoglio sempre più profondo per l’organizzazione nella quale si è, per le macchine e per tutto l’ingranaggio che riesce a fare cose mai viste e pensate da un uomo. Addirittura ci si può spingere a pensare, con una certa convinzione, che gli uomini possono arrivare ad essere diversi persino nelle loro storie e nei loro sentimenti e ad avere conseguenze diverse da quelle di accontentarsi di vivere bene, tutti insieme e liberi. Ci si può spingere a pensare a un uomo non più fatto a somiglianza di Dio, nella sua terra; ma più somigliante e legato alle macchine, addirittura a una razza diversa….il problema è quello dell’industria in generale, tutta, dalle sue città e quartieri ai treni e ai pullman che la servono, alle sue fotografie sui giornali, ai suoi operai, tanti come un esercito, come il mio lago, che batte la testa sempre sulla stessa sponda. Tutta l’industria, cioè, deve essere controllata, o invece di essere un mezzo per stare bene su questa terra, potrà essere il fine di starci male o il mezzo per uscirne. Questo orgoglio prende gli uomini che nelle fabbriche hanno fortuna e stanno meglio; costoro sono alla fine più infelici. Vi sono altri che cadono, che non riescono a seguire l’industria, che lavorano con pena fino al momento in cui sono scacciati o fino alla ribellione; comunque meglio per loro che restano uomini.
(Gran parte del discorso di Albino ha dei buoni fondamenti; la nota stonata sta nella richiesta di controlli nella fabbrica. Sicuramente maggiori controlli renderebbero ancora più invivibile la fabbrica e sarebbero posti soprattutto sulla fascia più bassa dei lavoratori o comunque su quelli più controllabili. La domanda di controlli da parte di Albino è piuttosto personale perché con un maggior controllo egli presume che tipi come il dott. Tortora non potrebbero operare a loro arbitrio. – ndr).
Albino, in autunno, viene chiamato dall'assistente sociale. Manzino gli fa presente che si tratta di "comunicazioni" e che comunque non era obbligato a presentarsi. L'incertezza di Manzino gli fa pensare che le comunicazioni potessero riferirsi al suo trasferimento o alla sua posizione nel reparto e ciò lo spinge ad andare dall'assistente sociale, una signorina con la quale aveva avuto qualche colloquio.
Ma non c'era alcuna comunicazione. L'assistente sociale non doveva comunicargli niente, anzi era lui stesso che rispondendo a delle sue domande doveva trasmettere qualcosa. Erano domande sul suo stato di salute, sui rapporti con sua madre; domande che riaprivano molte delle sue piaghe.
Ai primi di ottobre un grosso temporale fece mancare la corrente elettrica e mandò in tilt la fabbrica. Per Albino la fabbrica al buio che si illuminava solo al bagliore dei lampi viene ad assumere un aspetto orribile, mostruoso, avulsa dai bisogni dell'uomo.
Quel giorno Albino decide di rientrare subito a casa a Candia invece che andare al cinema come aveva ricominciato a fare, terminata l'estate. Nel treno che lo riportava a casa Albino incontra il largo sorriso di Giuliana, una sua compaesana di Candia che lavora come addetta alla mensa nella sua stessa fabbrica.  La madre è contenta nel vederlo rientrare prima e gli parla. Accenna alla campagna e alle disgrazie del temporale e alla fortuna di avere un posto sicuro in fabbrica e di come è doveroso cercare di conservarlo. Albino non la guarda in faccia perchè non vuole darle un posto nei suoi pensieri. Poi la madre accenna all'assistente sociale della fabbrica e alla bontà della sua azione. Albino in un primo momento non ci fa caso, ma a letto nel prender sonno gli ritornano in mente le parole della madre e comincia a chiedersi che tipo di rapporto ci fosse tra lei e l'assistente sociale.
Qualche giorno dopo in fabbrica Albino chiede di poter parlare con l'assistente sociale, ma all' appuntamento stabilito non si presenta. Vuole che l'assistente sociale si scopra. Quest'ultima dopo una settimana lo chiama nel suo ufficio. Si mettono d'accordo nel riprendere colloqui periodici. Albino intendeva sapere tutto su sua madre, cioè se si fosse rivolta all'ufficio dell'assistente sociale e avesse comunque richiesto il loro aiuto o parlato di lui con loro.

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