Caratteri generali dei racconti piemontesi.
Molti motivi della fiabe piemontese non sono prerogativa della terra
pedemontana, ma possono essere rintracciati in racconti popolari simili
di paesi anche molto lontani. Però in generale si può dire
che, "a differenza di quanto accadde per le altre regioni italiane,
quelle facenti parte della zona socio-culturale delle Alpi e della pianura
padana appartengono ad una comune tradizione, che è quella della
cultura arcaica delle zone alpine...si può avanzare abbastanza fondatamente
l'ipotesi che tale cultura sia il prodotto di influssi di lontana origine
mesopotamica trasmessisi ..lungo le vie fluviali della zona danubiana fino
a raggiungere l'Europa centrale(Carlo Tullio Altan, Il patrimonio delle
tradizioni popolari italiane nella società settentrionale, a cura
di, Firenze 1972 pag.50). Per ciò che riguarda le fiabe piemontesi
l'ipotesi, testè suggerita, risponde al vero nel brevissimo saggio
sotto riportato. Frequenti sono in queste fiabe piemontesi i riferimenti
alle credenze slavo-balcaniche. Presenti, pure, e notevoli le somiglianze
con le fiabe germaniche.
Ma sicuramente la storia,la storia minimale, la microstoria, il vissuto
dei narratori che avevano apprese le fiabe da piccoli ha sicuramente
lasciato un'impronta, nuove sfaccettature, piccole modifiche che, se
non hanno creato
una nuova variante, sicuramente hanno contribuito a dare una certa originalità di
sapore tipicamente locale.
Premettendo che pur se le fiabe molto probabilmente hanno origine dai
riti iniziatici o meglio dai racconti che venivano narrati durante i
riti iniziatici
di popolazioni organizzate in clan che vivevano prevalentemente di caccia
e raccolta ed inoltre dai miti di rappresentazione della morte dei primi
popoli coltivatori, è indubbio che questi racconti rifiorirono,
tra le classi subalterne e non, col crollo dell'impero romano e quindi
con la ripresa di un nuovo ciclo feudale-curtense. Almeno così,
cioè ambientate nell'epoca medievale, gli studiosi li hanno raccolti
nel corso del XIX secolo.
I racconti popolari quando si municipalizzano, cioè quando il meraviglioso,
il magico, i castelli, la visione di un mondo tipicamente feudale-curtense
decadono, allora si legano di più al vissuto, al quotidiano del
narratore. E in questo caso il collegamento con il contesto storico in
cui il racconto popolare viene raccolto "vivo" può essere
decifrato. Queste modifiche delle fiabe, secondo uno dei maggiori studiosi
di fiabe come V.J.Propp, vengono maggiormente eseguite dai narratori più o
meno inconsapevolmente sia all'inizio sia alla fine della trama.
Secondo il Beccaria "raccontare le fiabe" era una sorta di rito
reiterato che “nasceva ogni sera, era destinato a tempi e
momenti precisi di riti-riunioni comunitarie: le veglie, i lavori di gruppo
come la spogliatura della meliga, la tessitura,
il filare la canapa o la lana....
Le fiabe in Piemonte venivano narrate soprattutto d’inverno, che
era momento di riaggregazione sociale, momento di interruzione dell’impegno
del lavoro all’aria aperta, dopo
il periodo caldo dell’estate, ch’era il momento della dispersione,
del lavoro a tempo pieno. Il periodo freddo era vissuto nelle valli del
Piemonte con particolare intensità rituale.Il rito del narrare
era necessario al mantenimento e al funzionamento dell’organizzazione
sociale, perché la fiaba non poteva essere raccontata in un momento
qualsiasi della giornata, ma faceva parte di atti proprii a rilassare dalle
fatiche quotidiane”(G.Arpino-
G.L.Beccaria, Fiabe piemontesi., pag.39-40).
Il diavolo nei racconti piemontesi.
Italo Calvino nelle "Fiabe italiane" inaugura il ciclo delle fiabe
piemontesi con il racconto "Il diavolo dal naso d'argento", un racconto
delle Langhe riportato dal Carraroli. Il diavolo del racconto piemontese, che
ricorda moltissimo il personaggio Barbablù del Perrault e lo stregone
che rapisce con la magia le ragazze da marito dei F.lli Grimm(n.46, L'uccello
strano), non è posto nel fosco ambiente dei castelli medievali. Le sue
vittime non sono le mogli(come in Perrault), ma le ragazze che vanno a servire
nel suo gran palazzo, in cui si trova una stanza proibita dove brucia il fuoco
dell'inferno. Il racconto piemontese, ricorda il Calvino, è piuttosto
scarno ed è stato integrato nelle "Fiabe italiane" con una
fiaba bolognese (Carolina Coronedi-Berti, Al sgugiol di ragazù, fiabe
popolari bolognesi raccolte da, 27, La fola del diavel,)e una veneziana(D.Giuseppe
Bernoni, Fiabe e novelle popolari veneziane, 3, El diavolo). Però lo
stesso Calvino assicura che il particolare del naso d'argento l'ha trovato
solo nella versione piemontese. Preme a questo punto sottolineare come questo
particolare sia un'ancora storica, cioè riporta la fiaba a tempi storici.
Nella fiaba riportata dal Calvino la madre della ragazza, che per fame e disperazione
vorrebbe andare a lavorare pure presso il "diavolo", ammonisce la
figlia prima di decidere se accettare l'offerta che le viene dall'uomo dal
naso d'argento:"Guarda che in questo mondo uomini col naso d'argento non
ce ne sono; staì attenta, se vai con lui te ne potresti pentire!"
Certo gli uomini non nascono col naso d'argento, però, chissà da
quanto tempo, possono farsi un naso posticcio, per via del fatto che, probabilmente,
non vogliono essere additati come marchiati. Si, perchè prima del
settecento in Europa per infrazioni anche lievi si procedeva non solo alla
fustigazione,
ma spesso al taglio della lingua, del naso, delle orecchie, della mano(Tommaso
Buracchi, Origini ed evoluzioni del carcere moderno, cap.4 - Il settecento
riformatore -http://www.altrodiritto.unifi.it/asylum/buracchi/nav.htm?cap4.htm-
Quindi quel naso d'argento poteva nascondere una condanna. E forse pure una
pena corporale comminata dal tribunale dell'inquisizione. Questa fiaba finisce
col rientro a casa di tutte e tre le sorelle che erano andate a servire il
diavolo, con un manchingegno promosso dalle donne. Un diavolo, quindi, irretito
dalle donne che prendono pure i quattrini della sua casa; un diavolo che
non può reagire
perche quelle donne, la madre e le figlie, piantano una croce davanti all'uscio
di casa per non farlo avvicinare. Una versione simile di questa fiaba l'ha
raccolta nel Monferrato Giuseppe Ferraro intorno al 1869: tale fiaba è stata
inserita nel volume "Fiabe piemontesi, scelte da Gian Luigi Beccaria
e tradotte da Giovanni Arpino nel 1982 a Milano.
Si tratta de "La sposa del diavolo". Ivi Il diavolo è un gran
signore a cavallo che sposa la più grande di dodici figlie di un uomo
disperato per non avere nulla per sfamarle. Le altre undici figlie il diavolo
le porta nel suo palazzo come cameriere. In questa fiaba il diavolo non ha
un naso d'argento. Ma tiene pure una porta proibita dietro la quale c'è l'inferno.Col
solito stratagemma le ragazze reintrano a casa. "Accortosi del raggiro
il diavolo corre dal suocero e gli dice:"Ridatemi quelle dodici ragazze
o almeno mia moglie". E Il suocero: "Le casse erano vuote, chissà dove
sono scappate quelle mie ragazze, adesso tu mi devi risarcire il danno".
Il diavolo cerca di discutere ma poi deve arrendersi, e paga. E così il
padre delle ragazze si trovò tanti di quei denari diabolici da diventare
marchese senza altre spese."
In quest'altra variante è notevole la considerazione legale del risarcimento
del danno, riferimento per la verità abbastanza raro in una fiaba, non
però nei racconti popolari "municipali", cioè quei
racconti che perdono quasi del tutto l'aureola del meraviglioso e dello straordinario
e vi appaiono incrementati i collegamenti al reale.
Questioni legali(per cui sarebbe necessario trovare un avvocato), disperazione,
ricorso al diavolo o a persona non conoscente, consigli di terzi e loro attuazione
per sfuggire al diavolo sono i temi di due fiabe riportate nel volume citato "Fiabe
piemontesi". Le fiabe sono "Il patto col diavolo" e "Le
ricevute", racconti raccolti entrambi da Giuseppe Ferraro dopo la metà del
XIX secolo. Nel primo racconto ad un uomo muore il fratello che gli doveva
una forte somma, ma non ha alcuna carta che lo dimostri e gli eredi non vogliono
neppure starlo a sentire. L'uomo si dispera e invoca l'aiuto del diavolo
cui promette di vendere la propria anima pur di rientrare in possesso del
suo denaro.
Il diavolo appare e lo porta all'inferno dove incontra il fratello.Costui
gli scrive sulla schiena la cifra del debito. L'uomo torna dall'inferno e
con quella
scrittura sulla schiena ottiene dagli eredi il suo denaro. Poi il nostro
uomo non rispetta il patto col diavolo grazie ai consigli di un prete.
Nel secondo racconto un contadino si trova nei guai perchè non s'è mai
fatto rilasciare dal proprietario della cascina che aveva affittato le ricevute
dell'avvenuto pagamento. Infatti il proprietario è morto e ora i suoi
figli pretendono dal contadino tutti i fitti arretrati. Il contadino si dispera
e una persona dall'aspetto di grande uomo chiede la ragione di questo suo disperarsi.
Quell'uomo, che era il diavolo, propone al contadino di farlo incontrare col
morto sottoterra. Il contadino accetta e il diavolo gli dice:"Metti il
tuo piede sul mio piede" e di colpo si trovano all'inferno. Il contadino
ritrova il padrone della cascina e gli spiega perchè è venuto
a trovarlo. Quello, che nell'inferno stava scrivendo a un tavolino(particolare
senza alcuna importanza per la trama, ma sicuramente un indizio per avere una
idea della cerchia di cui faceva parte il morto) gli consiglia di dire ai suoi
figli di guardare sotto un tino, perchè le ricevute(chissà poi
perchè trattenute e non consegnate al pagatore)stanno lì. Ritornato
sulla terra il contadino suggerisce ai figli del morto di guardare sotto un
tino. E le ricevute si trovano. Da quel giorno il contadino per non tornare
all'inferno visse sempre in ginocchio e solo così riuscì a
salvarsi.
Le quattro fiabe sopra trattate hanno dei temi comuni, la disperazione, la
chiamata in causa del diavolo(non esplicitamente nell'ultimo di questi racconti: "Le
ricevute"), il patto col diavolo, il sottrarsi al diavolo ed infine una
sorta di profitto per chi ha avuto a che fare col diavolo, pagato caro solo
nell'ultimo racconto. Possiamo definire la 'disperazione' con linguaggio proppiano(V.J.Propp
ne "La morfologia della fiaba", pubblicato a Leningrado nel 1928,
ricondusse il genere dei racconti di fate, studiando come base empirica le
cento favole di Afanasev, a una monofiaba avente 8 personaggi ricorrenti e
31 funzioni che costituivano il sintagma narrativo, di cui una era fondamentale,
cioè la "mancanza"), la "mancanza" secondaria, essendo
la fame quella primaria nelle prime due fiabe, e l'assenza della "carta
scritta" nelle ultime due.
Poichè alla fine il diavolo in tutte e quattro le narrazioni esce senza
aver raggiunto i suoi fini, cioè la cattura di un'anima umana, sorge
spontanea la domanda: ma questo diavolo è veramente il diavolo del vangelo
cristiano? Questo personaggio, il diavolo, a mio modesto avviso, non è il
diavolo cristiano. Questo diavolo per caso, o per meglio dire a causa della
storia e soprattutto della storia della cultura, raccoglie l'eredità dei
mostri, degli orchi che per solito nelle fiabe risultano perdenti, in specie
nei confronti delle donne. O meglio questi diavoli, specie quelli delle due
prime fiabe non sono altro che esseri umani che hanno fama di trattare col
diavolo, persone abbienti che amano circondarsi di donne. Questa seconda ipotesi
mi appare verosimile soprattutto nella seconda storia, in cui alla fine il
diavolo risarcisce il danno come fosse una persona come un'altra.
La donna e le streghe nei racconti piemontesi.
Ci siamo
posti la domanda quale sia il punto di vista popolare in questi racconti
sul diavolo in una regione come il Piemonte che ha una storia arrovellata
di gruppi
eretici, di inquisizione, anche di condanne a morte sul rogo. Le classi
predominanti, monaci e signori feudali, ritenevano la donna "caput malorum", causa
di tutti i mali per gli uomini. E questa posizione viene sovvertita nei racconti
popolari. Il diavolo, presentato negli scarni racconti piemontesi privo di
orpelli e di seduzioni tentatrici, ha l'obbiettivo di portare anime all'inferno,
ma la donna, caput malorum, per i monaci, gli sfugge grazie a una intelligenza
duttile e originale che lascia di stucco. A questo proposito è d'uopo
segnalare una fiaba piemontese molto significativa per la tesi portata avanti: "Le
donne la sanno più lunga del diavolo"(riportata dall'opera citata "Fiabe
piemontesi" che l'ha tratta da "Esercizi di traduzione dai dialetti
del Piemonte, 3 voll. Torino 1924 di B.A. Terracini). Il racconto ha il suo
centro nel bosco. E nel bosco un contadino trova un sacco e decide di portarlo
a casa prima di vedere quello che c'era dentro. Ma il sacco è tanto
pesante e non potendolo reggere sulle spalle lo lascia dicendo: "Quì dentro
c'è il diavolo!" Pronunciate queste parole, il diavolo in persona
saltò fuori dal sacco e intimò al contadino di ritornare
nel bosco tra un anno e un giorno per riferirgli da quanti anni egli
stesso abitava
quel bosco. Se non lo avesse fatto, a detta del diavolo, il contadino
sarebbe stato condannato a vivere per sempre nel bosco.
Il contadino, spaventato, ritorna a casa e racconta tutto alla moglie,
ma costei gli dice di non preoccuparsi. Trascorso l'anno, la moglie del
contadino
spenna
quattro polli, si spoglia completamente, si strofina del miele addosso,
poi si copre il corpo con le piume dei polli spennati.Va nel bosco e
comincia a far capitomboli. Il diavolo, che stava su un albero, vedendo
quell'insolito
essere, scende per accertarsi chi si muovesse a quel modo ed esclama: "Guarda
che cosa strana: in quindici anni da che abito in questo bosco no ho mai veduto
una cosa simile!". La moglie del contadino, dopo aver sentito il diavolo,
scappa a casa e a sera racconta tutto al marito. Quest'ultimo l'indomani si
reca nel bosco e dice al diavolo da quanti anni abitava là dentro. Il
diavolo si meraviglia di tanta risposta e gli chiede come fa a saperlo. Il
contadino gli ricorda la bravata del giorno prima della moglie. Allora il diavolo
fuggì dicendo: <<E' proprio vero che le donne ne sanno una più del
diavolo!>> . La messa in scena della moglie del contadino per carpire
il segreto del diavolo è simile alla messa in scena attuata dalla sorella
piu piccola per scappare dalla casa dello stregone nella fiaba dei F.lli Grimm "L'uccello
strano": anzi questa fiaba grimmiana, ricordata sopra per la somiglianza
con quella piemontese "Il diavolo dal naso d'argento" prende
il nome da questo episodio finale.
Anche in questo racconto il diavolo non è il diavolo maligno cristiano,
piuttosto è il folletto o lo spirito del bosco, cioè una
figura pre-cristiana.
Però, nelle fiabe piemontesi, se il peso della donna è positivo
in generale, non possono essere dimenticate le figure femminili negative. Queste
figure femminili a volte sono vampiri abitanti nel bosco oppure streghe abitanti
in paese , a volte parenti crudeli. La fiaba "I dodici buoi"(Giuseppe
Ferraro, op.cit. 117) è simile alla storia della sorella che salva
il fratello o i fratelli trasformati in bestie per via di una maledizione
come
nei Grimm(I sette corvi, 9)o per della disattenzione della sorella stessa
come nel Pentamerone(Li sette palommielle, IV, 8).
Questa fiaba risale a tempi primordiali o meglio a società cosidette
primitive che praticavano la caccia, la raccolta e la pesca e che nei loro
riti iniziatori(iniziazioni rituali e/o di passaggio) facevano osservare un
periodo di isolamento agli iniziandi in quella che J.V.Propp ha definito la "grande
casa". I costumi di quelle società sono tanti lontani dalla cultura
popolare europea, molto più vicina alla cultura dei popoli coltivatori,
che i narratori che si sono tramandati oralmente questo tipo di fiaba hanno
gioco forza modificato la trama per renderla coeva, in sintonia, con i suoi
fruitori. Per fare un esempio eccellente di questa tendenza a modificare questo
tipo di fiaba accenno a Giovanbattista Basile. Nel cunto "Li sette palommielle" il
Basile esibisce il suo miglior repertorio barocco e raggiunge un notevole picco
di ilarità. Nel suo cunto l'eroina, Cianna, che aveva ritrovato i fratelli
in un bosco nella casa di un orco, si mette nei guai perchè dimentica
di spartire, come è suo solito, tutto ciò di cui si ciba. Cianna
non divide una nocciola con la gatta. La gatta per dispetto piscia sul focolare
e spegne il fuoco. Cianna, inconsapevole del fatto che lei e i suoi fratelli(i
suoi fratelli lo sapevano ma l'avevano lasciata all'oscuro) erano inquilini
di un orco, si rivolge proprio a quello per avere del fuoco. Da quì iniziano
i guai per i fratelli.
La fiaba piemontese introduce invece, come causa scatenante le peripezie
dell'eroina, una strega in forma di vecchia abitante nel bosco.Questa
vecchia è una
vampira. Viene uccisa con decapitazione dai fratelli dell'eroina, ma
resuscita. Chiude in cantina l'eroina e prendendone le fattezze si mette
al suo posto
nella prima notte di nozze col principe. Alla fine, scoperta, viene condannata
al rogo. Si è di fronte a relitti culturali che la cultura orale
popolare ha tramandato modificandole e adattandole off cours ai nuovi
contesti. Questa
vampira del bosco si collega alle credenze, sui morti che diventano spiriti-vampiri,
provenienti dai paesi slavo-balcanici dove erano molto diffuse. Per queste
credenze il cadavere della persona che si sospettava fosse diventata
un vampiro, veniva decapitato oppure bruciato affinchè lo spirito
non potesse più nuocere.In
questa fiaba piemontese la storia si arricchisce e si complica. Perchè la
stessa strega o forse un'altra strega(Italo Calvino nel riportare questa
fiaba-la n.16-vede all'opera contro l'eroina le "streghe del bosco" non
una singola strega) fa diventare buoi i dodici fratelli dell'eroina.
Non mi pare
che questa strega vampira possa essere avvicinata a quelle streghe piemontesi
che finirono in tempi storici effettivamente sul rogo. Essa viene condannata
a morire sul rogo seconde le vecchie credenze.Del resto non ha alcuna
connessione col diavolo o col "sabba". Comunque è considerole
il fatto che la fine sul rogo dei "cattivi" non è frequente
nel panorama delle fiabe italiane come lo è nei racconti piemontesi.
La vecchia del bosco ha sicuramente un carattere
stregonesco,
cioè il
suo vampirismo, ma la sua pretesa di sostituire la sposa nella prima
notte di nozze
può essere
una sopravvivenza negativizzata di un uso antichissimo di fare stare
insieme lo sposo, nel giorno
delle nozze,
con una vecchia: un uso apotropaico per confondere le forze negative(vedi
motivo K1317.2 "vecchia intercetta lettera e prende il posto della ragazza
nel letto di un uomo"-dal Motif-Index of Folk Literature di Stith Thompson).
In un altro racconto(Giuseppe Ferraro op.c. "Il figliuolo del re, stregato)
le streghe vampire sono tre sorelle che abitano insieme in paese. Queste donne
sono fattucchiere perchè usano unguenti, ma sono capaci di trasformare
di notte i loro spiriti in pipistrelli che succhiano il sangue agli uomini
nel sonno. La loro indipendenza(non sono collegati al diavolo o ad un altro
demone, nè ad alcun familiare di sesso maschile), la loro capacità di
fare unguenti, la loro capacità di trasformazione le dotano di un "tremendum" formidabile.
Il vampirismo, una sorta orrida di lento assassinio, nelle credenze presenti
soprattutto nelle tradizioni slavo-balcaniche era opera dei morti che ritornano
e delle streghe. Ma il pipistrello vampiro viene dal mondo popolare? Il pipistrello
come rappresentazione del demone vampiro non è proprio dei racconti
popolari e delle fiabe indoeuropee.
Il pipistrello, per il suo aspetto orrido e insolito, a mezzo tra il
topo e l'uccello, nell'antichità greca, era un animale degli inferi ed infatti
Ulisse lo incontra quando scende nell'Ade. Per il suo aspetto orripilante e
per la sua postura quando va in letargo è stato a volte, nelle credenze
popolari, associato al demonio, alle streghe e ai morti che ritornano, senza
certezza che potesse essere associato ai vampiri. La "Lamia" greca,
una divinità femminile ai margini estremi del pantheon ellenico,
sicuramente legata alle credenze popolari e ritenuta dai narratori dei
miti classici
uno spauracchio per i bambini(proprio come il lupo in una favola di Esopo),
aveva
un carattere di vampirismo, ma il pipistrello non era tra gli animali
a lei collegati. Di certo il grasso del pipistrello e di tanti altri
animali cosidetti
orrendi erano usati nell'antica Grecia e quindi nell'antica Roma come
rimedio per certe malattie dai mediconi e dalle fattucchiere(Plinio il
Giovane, Storia
naturalis, Libro XXIX)
Il pipistrello comincia ad essere, sicuramente, animale emblematico del
vampirismo quando il celebre naturalista Leclerc de Buffon nella seconda
metà del
Settecento impose il nome vampyrus ad un pipistrello sudamericano che succhia
il sangue di piccoli mammiferi. Ma Leclerc de Buffon più che alle sue
osservazioni si rifaceva ai racconti che venivano dalla zona tropicale d'America.
In effetti il pipistrello che egli chiamò "vampyrus" è un
megachirottero che si nutre di frutta, mentre il pipistrello che si nutre anche
di sangue è un microchirottero. Nell'ottocento il pipistrello viene
associato ai vampiri nei racconti letterari che prendevano spunto dalla vita
del conte Dracol o del principe Nosferat. Una ipotesi di diffusione del binomio
vampirismo-pipistrello ancor prima del settecento può essere considerata.
Tale binomio può essere venuto fuori in modo strisciante e quindi poco
a poco pure presso il popolo anche nel XVI secolo dai racconti degli indiani
d'America che furono riportati in Europa da soldati e missionari ritornati
dal "nuovo mondo". Nei racconti e/o miti degli indiani d'America è facile
incontrare un demone vampiro che prende l'aspetto di un pipistrello. Per le
considerazioni su esposte ritengo che la fiaba "Il figliuolo del re, stregato" sia
stata elaborata in ambiente colto e poi si sia diffusa presso il popolo. Sicuramente
ha l'aspetto di una storia "municipale" avente per oggetto
le malefatte presunte di streghe. Storie che circolavano sicuramente
in tutte le classi
e tutti gli ambiti sociali. Nelle credenze popolari di molti paesi
del Piemonte le streghe erano chiamate masche ed avevano una doppia
vita. Normalissime
popolane di
giorno, di notte si trasformavano in gatti neri o capre o lupi o pipistrelli
e compivano i loro misfatti.
In un altro racconto "La sepolta viva" la
cattiva che finisce sul rogo non ha alcun carattere che la colleghi alle streghe,
ai demoni, al diavolo. E' la zia di un principe che sogna di sposare la donna
più povera di questo mondo e si mette a cercarla. Infine la trova e
la sposa. Questa sposa riceve tante angherie dalla zia; addirittura la zia
modifica le lettere che si scambiano il nipote che sta in guerra e la sposa.
Costei gli scrive che ha dato alla luce due bei gemelli, un maschio e una femmina.
La zia del principe cambia la lettera e fa in modo che al nipote arrivi la
notizia che la moglie avrebbe partorito due mostri... Il principe dal fronte
di guerra risponde che i figli, belli o brutti che siano, vengano rispettati
e che avrebbe deciso lui il da fa farsi al suo ritorno. Ma ancora una volta
la zia cambia il testo della lettera sostituendola. Infatti la sposa apprende
dalla falsa lettera che i suoi gemelli debbono essere uccisi. La poverina,
disperata, piglia quei figlioletti, li sistema in una barca con 17mila lire
per ciascuno cuciti nelle fasce e li abbandona alla corrente del fiume. Questa
fiaba è simile ad un tipo molto diffuso in Europa. Tale tipo di fiaba
fu riportato per la prima volta in versione letteraria nella novella di Ancillotto
re di Provino in Straparola(IV,3). Poi i F.lli Grimm ne riportarono una versione
piuttosto agile(I tre uccellini, 96). Questa fiaba piemontese ha un inizio
diverso. Infatti la fiaba-tipo parla di tre sorelle di umili natali. La sorella
più grande sposa il re e le altre due sorelle invidiose, mentre il re è sul
fronte di guerra, scambiano i bambini partoriti dalla sorella a sua insaputa
con piccoli di animali. Poi le sorelle invidiose abbandonano o incaricano un
complice di abbandonarli alla corrente di un fiume. Infine murano viva la sorella.
Le vicende dopo episodi meravigliosi e di varia magia si evolvono a favore
della madre murata vita e dei suoi figli che riescono a unirsi al padre e alla
madre, mentre le crudeli sorelle vengono bruciate sul rogo. L'origine di questi
racconti sta nella considerazione in cui, in certe culture cosidette primitive
e non, tenevano i parti gemellari, soprattutti i parti di un maschio e una
femmina. Erano considerati eccezionali e quindi straordinari, carichi di una
ambigua potenza che, nella maggioranza dei casi studiati dagli etnologi, era
ritenuta negativa, portatrice di sciagure. Per cui era necessario, nelle culture
in cui i parti gemellari erano ritenuti infausti, procedere all'allontanamento
della madre e dei nascituri, oppure all'uccisione rituale di uno o dei due
gemelli, oppure procedere con un sacrificio sostitutivo. Ammettendo questa
origine etnologica la fiaba piemontese è di certo più fedele
a quella ipotetica di origine rispetto a quelle dello stesso tipo che somigliano
alla fiaba dei F.lli Grimm. Nella fiaba dei Grimm non c'è la nascita
gemellare, ma la triplicazione di un parto di un solo figlio. Il carattere
della triplicazione proviene secondo gli studiosi dai popoli coltivatori.
La morte per rogo dei personaggi crudeli è commisurata alla loro
colpa. I colpevoli si sono comportati così crudelmente che fanno
paura pure da morti: quindi è giusto, nel racconto, che brucino.
Nella fiaba piemontese(raccolta pure questa da G.Ferraro) ci sono delle
particolarità non
trascurabili. La zia "cattiva" è abbastanza colta ed è capace
di falsificare; non ha complici perchè è la stessa madre,
disperata, che spinge i suoi piccoli sul fiume; sicuramente il narratore(o
narratrice) di questo racconto supponeva che coloro che lo ascoltavano
capissero all'istante chi fosse la "zia". Non è facile individuare chi
sia questa "zia", ma si vedrà appresso di dare una risposta.
Conclusioni sulla particolarità delle fiabe piemontesi.
Il diavolo spesso è preso sotto gamba perchè ancora nelle
fiabe rimane pressocchè un orco, uno spirito o un folletto nel bosco.
Gli sta di fronte, lo contrasta o riesce a contrastarlo la donna. A sua volta
la
donna è qualche volta maga o strega come accade in tutte le culture
subalterne che vivono ai margini di quelle egemoni. Ma nelle fiabe piemontesi,
almeno in quelle raccolte dal Ferraro, la figura della strega-maga è vista
soprattutto in funzione della sua vita notturna, trascurando quasi completamente
l'aspetto della fattucchiera-guaritrice. In una fiaba brevissima, sempre raccolta
dal Ferraro, intitolata "Le streghe" è descritto appunto il
cosidetto volo-sogno della strega e il ballo notturno che dilegua alle primissime
luci dell'alba, ma dell'attività solita, diurna, nemmeno un cenno.
Bastava poco, nel tempo della caccia alle streghe, per essere sospettati di
avere una tresca col demonio. Chi diceva, anche tra il serio e il faceto, di
aver fatto un volo e di aver ballato in un posto sperduto, rischiava
l'accusa di
essere
strega o stregone.
Le fiabe piemontesi sono scarne come di solito tutte le fiabe nordiche. Più si
va al sud, più le fiabe si allungano. Però, questo carattere
non è indice di non alterazione della fiaba. In alcune fiabe sul diavolo
che abbiamo citato e commentato spuntano fuori la "carta scritta",le "ricevute",
la "richieste di risarcimento", tutto un mondo che sottende una certa
familiarità coi codici di legge. Curioso ne "Le ricevute" quel
proprietario morto che si trova all'inferno intento a scrivere su un tavolino.
Mi par di riconoscere in questo proprietario una persona ricca e attaccata
alle cose, indaffarata nei suoi conti e quindi propenso a non rilasciare subito
le ricevute dei pagamenti. Queste fiabe pare provengano più che dal
popolo contadino o montanaro da un cerchia di famiglie di piccoli proprietari
e della sua controparte, cioè i massari, gli affittuari.
Il fatto che trattando col diavolo, se si è furbe come le donne, si
possono trarre dei vantaggi è abbastanza diffuso nelle fiabe europee.
Ciò è dovuto, si è ricordato prima, al fatto che il diavolo
delle fiabe non è quasi mai il diavolo cristiano.
Ma il diabolico esiste nella fiaba piemontese, esiste nella mente contorta
della zia nella fiaba "La sepolta viva". E' stato sottolineato come
la zia con lo scambio delle lettere induce alla disperazione la sposa del nipote.
Un disegno diabolico, senza dubbio. Ma chi ci sta dietro questa "zia"?
Può
essere una variante
del motivo K1317.2 "vecchia intercetta lettera e prende il posto
della ragazza nel letto di un uomo", motivo ricordato nel racconto "I
dodici buoi". Anche la "zia" intercetta le lettere, ma
non mi pare che venga fuori dal racconto un suo interesse morboso-passionale
per il nipote.
Ma è possibile
un'altra lettura del comportamento della zia. Il
nipote va alla ricerca della sposa più povera
di questo mondo. La "zia" non è d'accordo
su questo suo proponimento: ma nel racconto pervenuto a noi non c'è traccia
di questa opposizione: è possibile che il narratore con il termine "zia" indicasse
pure il movente della sua azione. Il proposito del nipote, principe di Bologna, è del
resto molto raro nelle fiabe. Un principe che si attarda a sposarsi, di solito
nelle fiabe, cerca, come sposa, una donna bellissima vista
in un quadro o in un affresco; a volte va in cerca di una sposa bianca come
il
latte
o la
neve
e rossa come il sangue, e il più delle volte sposa una donna prudente,
scaltra e/o intelligente, una saggia contadinella. Si può supporre che
la scelta di una sposa poverissima, anzi nuda, corrisponda a uno stile di vita
che si
rifà al
pauperismo, cioè a vivere senza possedere alcunchè e con lo stretto
indispensabile, distribuendo a coloro che ne hanno bisogno il superfluo. Furono
i Valdesi,
i primi Valdesi, molto diffusi nel Piemonte, a praticare questo stile di vita.
E forse nel proposito del principe di sposare la donna più povera c'è l'eco
del pauperismo dei Valdesi, e nel caso specifico, un senso nella scelta matrimoniale
esente da ogni condizionamento di tipo materiale. La "zia", considerato
che il nipote sia un seguace dei Valdesi, allora probabilemente sarà una
zia monaca, o meglio un rappresentante della chiesa ufficiale che si oppone
alla scelta
del nipote, per
ovvi
motivi
dinastici,
per non indebolire il casato.
Notevole il fatto che il principe protagonista del racconto è un principe
non piemontese, per l'appunto è il principe di Bologna a cui fa la guerra,
nel racconto, il principe di Modena. |