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Benvenuti in Sicilia Oggi è Mercoledì 14/05/2008 e sono le ore: 3.28.13 OK Notizie
News da ANSA.IT
Racconti popolari del Piemonte
Arrivano le streghe!!

Perchè la fiaba appassiona ancora.

Il pappagallo, ovvero il narratore di tanti racconti popolari.

Giuseppe Pitrè: il puritano scandalista

Racconti del Piemonte

di Salvatore La Grassa

 

Tremate, le Masche son tornate!

 

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La strega gatto si appresta al volo.

 

Il gatto, la falce, il palo *

C'era una volta un padre con tre figli. Un giorno morì e lasciò ai suoi figli le tre cose che possedeva: un gatto, una falce e un palo di ferro. Il figlio più grande scelse per eredità il gatto, il secondo prese la falce, al terzo toccò il palo di ferro. Il figlio grande va in cerca di fortuna col gatto e capita in un paese dove non conoscevano i gatti, ma c'erano tanti gatti che infestavano a destra e a manca e depredavano le scorte alimentari. La gente vede il gatto e curiosa chiede sl giovane se quel 4 zampe era utile a qualcosa. Il giovane fa: "Si chiama gatto e non lascia vivo neanche un ratto". Lo mette alla prova e il gatto sbrana, spaventa, scompiglia tutti i topi. Quella gente vuole l'animale e tira e molla il giovane lo vende 24 mila lire. I paesani faticano a mettere insieme una somma così alta, ma nel pomeriggio sul tardi quando tutti i paesani ritornano dai campi raggiungono la cifra pattuita e gliela consegnano. Partito il padrone però, quel gatto comincia a miagolare così forte che sembrava invocare il diavolo, i paesani si stufano e si spaventano. Richiamano il giovane e pur di liberarsi del gatto gli restituiscono il gatto con altre 24 mila lire. Il giovane torna a casa, ricco e contento, e tira sù il più bel palazzo mai visto nei dintorni.
L'altro fratello, vista la fortuna del primo, piglia la falce e parte. Arriva in un paese dove non s'è mai vista una falce, dove tagliavano il grano con la lesina. Il giovane, venuto a conoscenza di ciò, dimostra che in un'ora, con quella falce si poteva fare il lavoro che loro in quel paese riuscivono a compiere in sette giorni. Subito i paesani vogliono la falce. Il giovane la cede per 20 mila lire. Ma il re di quel paese, per tagliare veloce, veloce, con un colpo di quella falce si taglia la pancia. Allora il giovane viene richiamato, perchè si riprenda l'arnese, e lui accetta, se gli vengono date però altre 20 mila lire. Cosa fatta. E anche lui torna a casa ricco e contento e tira un palazzo uguale a quello del fratello.
E così finisce la ventura del gatto che miagola e della falce che taglia. E di quell'altro fratello che aveva preso il palo di ferro, volete sapere come gli andò a finire? Gira e rigira, non trovava nessuno interessato a quel palo. Allora al posto di portarlo in spalla lo piantò a terra e gli cominciò a girare intorno e ancora gira,gira,gira...

* Tratto liberamente da G.Ferraro, Racconti popolari monferrini, del Museo delle Arti e Tradizioni popolari di Roma 1869.

Ponte del diavolo sul torrente Lanzo.

Caratteri generali dei racconti piemontesi.

 

Molti motivi della fiabe piemontese non sono prerogativa della terra pedemontana, ma possono essere rintracciati in racconti popolari simili di paesi anche molto lontani. Però in generale si può dire che, "a differenza di quanto accadde per le altre regioni italiane, quelle facenti parte della zona socio-culturale delle Alpi e della pianura padana appartengono ad una comune tradizione, che è quella della cultura arcaica delle zone alpine...si può avanzare abbastanza fondatamente l'ipotesi che tale cultura sia il prodotto di influssi di lontana origine mesopotamica trasmessisi ..lungo le vie fluviali della zona danubiana fino a raggiungere l'Europa centrale(Carlo Tullio Altan, Il patrimonio delle tradizioni popolari italiane nella società settentrionale, a cura di, Firenze 1972 pag.50). Per ciò che riguarda le fiabe piemontesi l'ipotesi, testè suggerita, risponde al vero nel brevissimo saggio sotto riportato. Frequenti sono in queste fiabe piemontesi i riferimenti alle credenze slavo-balcaniche. Presenti, pure, e notevoli le somiglianze con le fiabe germaniche.
Ma sicuramente la storia,la storia minimale, la microstoria, il vissuto dei narratori che avevano apprese le fiabe da piccoli ha sicuramente lasciato un'impronta, nuove sfaccettature, piccole modifiche che, se non hanno creato una nuova variante, sicuramente hanno contribuito a dare una certa originalità di sapore tipicamente locale.
Premettendo che pur se le fiabe molto probabilmente hanno origine dai riti iniziatici o meglio dai racconti che venivano narrati durante i riti iniziatici di popolazioni organizzate in clan che vivevano prevalentemente di caccia e raccolta ed inoltre dai miti di rappresentazione della morte dei primi popoli coltivatori, è indubbio che questi racconti rifiorirono, tra le classi subalterne e non, col crollo dell'impero romano e quindi con la ripresa di un nuovo ciclo feudale-curtense. Almeno così, cioè ambientate nell'epoca medievale, gli studiosi li hanno raccolti nel corso del XIX secolo.
I racconti popolari quando si municipalizzano, cioè quando il meraviglioso, il magico, i castelli, la visione di un mondo tipicamente feudale-curtense decadono, allora si legano di più al vissuto, al quotidiano del narratore. E in questo caso il collegamento con il contesto storico in cui il racconto popolare viene raccolto "vivo" può essere decifrato. Queste modifiche delle fiabe, secondo uno dei maggiori studiosi di fiabe come V.J.Propp, vengono maggiormente eseguite dai narratori più o meno inconsapevolmente sia all'inizio sia alla fine della trama.
Secondo il Beccaria "raccontare le fiabe" era una sorta di rito reiterato che “nasceva ogni sera, era destinato a tempi e
momenti precisi di riti-riunioni comunitarie: le veglie, i lavori di gruppo come la spogliatura della meliga, la tessitura,
il filare la canapa o la lana.... Le fiabe in Piemonte venivano narrate soprattutto d’inverno, che era momento di riaggregazione sociale, momento di interruzione dell’impegno del lavoro all’aria aperta, dopo il periodo caldo dell’estate, ch’era il momento della dispersione, del lavoro a tempo pieno. Il periodo freddo era vissuto nelle valli del Piemonte con particolare intensità rituale.Il rito del narrare era necessario al mantenimento e al funzionamento dell’organizzazione sociale, perché la fiaba non poteva essere raccontata in un momento qualsiasi della giornata, ma faceva parte di atti proprii a rilassare dalle fatiche quotidiane”(G.Arpino- G.L.Beccaria, Fiabe piemontesi., pag.39-40).

Il diavolo nei racconti piemontesi.

Italo Calvino nelle "Fiabe italiane" inaugura il ciclo delle fiabe piemontesi con il racconto "Il diavolo dal naso d'argento", un racconto delle Langhe riportato dal Carraroli. Il diavolo del racconto piemontese, che ricorda moltissimo il personaggio Barbablù del Perrault e lo stregone che rapisce con la magia le ragazze da marito dei F.lli Grimm(n.46, L'uccello strano), non è posto nel fosco ambiente dei castelli medievali. Le sue vittime non sono le mogli(come in Perrault), ma le ragazze che vanno a servire nel suo gran palazzo, in cui si trova una stanza proibita dove brucia il fuoco dell'inferno. Il racconto piemontese, ricorda il Calvino, è piuttosto scarno ed è stato integrato nelle "Fiabe italiane" con una fiaba bolognese (Carolina Coronedi-Berti, Al sgugiol di ragazù, fiabe popolari bolognesi raccolte da, 27, La fola del diavel,)e una veneziana(D.Giuseppe Bernoni, Fiabe e novelle popolari veneziane, 3, El diavolo). Però lo stesso Calvino assicura che il particolare del naso d'argento l'ha trovato solo nella versione piemontese. Preme a questo punto sottolineare come questo particolare sia un'ancora storica, cioè riporta la fiaba a tempi storici. Nella fiaba riportata dal Calvino la madre della ragazza, che per fame e disperazione vorrebbe andare a lavorare pure presso il "diavolo", ammonisce la figlia prima di decidere se accettare l'offerta che le viene dall'uomo dal naso d'argento:"Guarda che in questo mondo uomini col naso d'argento non ce ne sono; staì attenta, se vai con lui te ne potresti pentire!"
Certo gli uomini non nascono col naso d'argento, però, chissà da quanto tempo, possono farsi un naso posticcio, per via del fatto che, probabilmente, non vogliono essere additati come marchiati. Si, perchè prima del settecento in Europa per infrazioni anche lievi si procedeva non solo alla fustigazione, ma spesso al taglio della lingua, del naso, delle orecchie, della mano(Tommaso Buracchi, Origini ed evoluzioni del carcere moderno, cap.4 - Il settecento riformatore -http://www.altrodiritto.unifi.it/asylum/buracchi/nav.htm?cap4.htm-
Quindi quel naso d'argento poteva nascondere una condanna. E forse pure una pena corporale comminata dal tribunale dell'inquisizione. Questa fiaba finisce col rientro a casa di tutte e tre le sorelle che erano andate a servire il diavolo, con un manchingegno promosso dalle donne. Un diavolo, quindi, irretito dalle donne che prendono pure i quattrini della sua casa; un diavolo che non può reagire perche quelle donne, la madre e le figlie, piantano una croce davanti all'uscio di casa per non farlo avvicinare. Una versione simile di questa fiaba l'ha raccolta nel Monferrato Giuseppe Ferraro intorno al 1869: tale fiaba è stata inserita nel volume "Fiabe piemontesi, scelte da Gian Luigi Beccaria e tradotte da Giovanni Arpino nel 1982 a Milano.
Si tratta de "La sposa del diavolo". Ivi Il diavolo è un gran signore a cavallo che sposa la più grande di dodici figlie di un uomo disperato per non avere nulla per sfamarle. Le altre undici figlie il diavolo le porta nel suo palazzo come cameriere. In questa fiaba il diavolo non ha un naso d'argento. Ma tiene pure una porta proibita dietro la quale c'è l'inferno.Col solito stratagemma le ragazze reintrano a casa. "Accortosi del raggiro il diavolo corre dal suocero e gli dice:"Ridatemi quelle dodici ragazze o almeno mia moglie". E Il suocero: "Le casse erano vuote, chissà dove sono scappate quelle mie ragazze, adesso tu mi devi risarcire il danno". Il diavolo cerca di discutere ma poi deve arrendersi, e paga. E così il padre delle ragazze si trovò tanti di quei denari diabolici da diventare marchese senza altre spese."
In quest'altra variante è notevole la considerazione legale del risarcimento del danno, riferimento per la verità abbastanza raro in una fiaba, non però nei racconti popolari "municipali", cioè quei racconti che perdono quasi del tutto l'aureola del meraviglioso e dello straordinario e vi appaiono incrementati i collegamenti al reale.
Questioni legali(per cui sarebbe necessario trovare un avvocato), disperazione, ricorso al diavolo o a persona non conoscente, consigli di terzi e loro attuazione per sfuggire al diavolo sono i temi di due fiabe riportate nel volume citato "Fiabe piemontesi". Le fiabe sono "Il patto col diavolo" e "Le ricevute", racconti raccolti entrambi da Giuseppe Ferraro dopo la metà del XIX secolo. Nel primo racconto ad un uomo muore il fratello che gli doveva una forte somma, ma non ha alcuna carta che lo dimostri e gli eredi non vogliono neppure starlo a sentire. L'uomo si dispera e invoca l'aiuto del diavolo cui promette di vendere la propria anima pur di rientrare in possesso del suo denaro. Il diavolo appare e lo porta all'inferno dove incontra il fratello.Costui gli scrive sulla schiena la cifra del debito. L'uomo torna dall'inferno e con quella scrittura sulla schiena ottiene dagli eredi il suo denaro. Poi il nostro uomo non rispetta il patto col diavolo grazie ai consigli di un prete.
Nel secondo racconto un contadino si trova nei guai perchè non s'è mai fatto rilasciare dal proprietario della cascina che aveva affittato le ricevute dell'avvenuto pagamento. Infatti il proprietario è morto e ora i suoi figli pretendono dal contadino tutti i fitti arretrati. Il contadino si dispera e una persona dall'aspetto di grande uomo chiede la ragione di questo suo disperarsi. Quell'uomo, che era il diavolo, propone al contadino di farlo incontrare col morto sottoterra. Il contadino accetta e il diavolo gli dice:"Metti il tuo piede sul mio piede" e di colpo si trovano all'inferno. Il contadino ritrova il padrone della cascina e gli spiega perchè è venuto a trovarlo. Quello, che nell'inferno stava scrivendo a un tavolino(particolare senza alcuna importanza per la trama, ma sicuramente un indizio per avere una idea della cerchia di cui faceva parte il morto) gli consiglia di dire ai suoi figli di guardare sotto un tino, perchè le ricevute(chissà poi perchè trattenute e non consegnate al pagatore)stanno lì. Ritornato sulla terra il contadino suggerisce ai figli del morto di guardare sotto un tino. E le ricevute si trovano. Da quel giorno il contadino per non tornare all'inferno visse sempre in ginocchio e solo così riuscì a salvarsi.
Le quattro fiabe sopra trattate hanno dei temi comuni, la disperazione, la chiamata in causa del diavolo(non esplicitamente nell'ultimo di questi racconti: "Le ricevute"), il patto col diavolo, il sottrarsi al diavolo ed infine una sorta di profitto per chi ha avuto a che fare col diavolo, pagato caro solo nell'ultimo racconto. Possiamo definire la 'disperazione' con linguaggio proppiano(V.J.Propp ne "La morfologia della fiaba", pubblicato a Leningrado nel 1928, ricondusse il genere dei racconti di fate, studiando come base empirica le cento favole di Afanasev, a una monofiaba avente 8 personaggi ricorrenti e 31 funzioni che costituivano il sintagma narrativo, di cui una era fondamentale, cioè la "mancanza"), la "mancanza" secondaria, essendo la fame quella primaria nelle prime due fiabe, e l'assenza della "carta scritta" nelle ultime due.
Poichè alla fine il diavolo in tutte e quattro le narrazioni esce senza aver raggiunto i suoi fini, cioè la cattura di un'anima umana, sorge spontanea la domanda: ma questo diavolo è veramente il diavolo del vangelo cristiano? Questo personaggio, il diavolo, a mio modesto avviso, non è il diavolo cristiano. Questo diavolo per caso, o per meglio dire a causa della storia e soprattutto della storia della cultura, raccoglie l'eredità dei mostri, degli orchi che per solito nelle fiabe risultano perdenti, in specie nei confronti delle donne. O meglio questi diavoli, specie quelli delle due prime fiabe non sono altro che esseri umani che hanno fama di trattare col diavolo, persone abbienti che amano circondarsi di donne. Questa seconda ipotesi mi appare verosimile soprattutto nella seconda storia, in cui alla fine il diavolo risarcisce il danno come fosse una persona come un'altra.

La donna e le streghe nei racconti piemontesi.

Ci siamo posti la domanda quale sia il punto di vista popolare in questi racconti sul diavolo in una regione come il Piemonte che ha una storia arrovellata di gruppi eretici, di inquisizione, anche di condanne a morte sul rogo. Le classi predominanti, monaci e signori feudali, ritenevano la donna "caput malorum", causa di tutti i mali per gli uomini. E questa posizione viene sovvertita nei racconti popolari. Il diavolo, presentato negli scarni racconti piemontesi privo di orpelli e di seduzioni tentatrici, ha l'obbiettivo di portare anime all'inferno, ma la donna, caput malorum, per i monaci, gli sfugge grazie a una intelligenza duttile e originale che lascia di stucco. A questo proposito è d'uopo segnalare una fiaba piemontese molto significativa per la tesi portata avanti: "Le donne la sanno più lunga del diavolo"(riportata dall'opera citata "Fiabe piemontesi" che l'ha tratta da "Esercizi di traduzione dai dialetti del Piemonte, 3 voll. Torino 1924 di B.A. Terracini). Il racconto ha il suo centro nel bosco. E nel bosco un contadino trova un sacco e decide di portarlo a casa prima di vedere quello che c'era dentro. Ma il sacco è tanto pesante e non potendolo reggere sulle spalle lo lascia dicendo: "Quì dentro c'è il diavolo!" Pronunciate queste parole, il diavolo in persona saltò fuori dal sacco e intimò al contadino di ritornare nel bosco tra un anno e un giorno per riferirgli da quanti anni egli stesso abitava quel bosco. Se non lo avesse fatto, a detta del diavolo, il contadino sarebbe stato condannato a vivere per sempre nel bosco.
Il contadino, spaventato, ritorna a casa e racconta tutto alla moglie, ma costei gli dice di non preoccuparsi. Trascorso l'anno, la moglie del contadino spenna quattro polli, si spoglia completamente, si strofina del miele addosso, poi si copre il corpo con le piume dei polli spennati.Va nel bosco e comincia a far capitomboli. Il diavolo, che stava su un albero, vedendo quell'insolito essere, scende per accertarsi chi si muovesse a quel modo ed esclama: "Guarda che cosa strana: in quindici anni da che abito in questo bosco no ho mai veduto una cosa simile!". La moglie del contadino, dopo aver sentito il diavolo, scappa a casa e a sera racconta tutto al marito. Quest'ultimo l'indomani si reca nel bosco e dice al diavolo da quanti anni abitava là dentro. Il diavolo si meraviglia di tanta risposta e gli chiede come fa a saperlo. Il contadino gli ricorda la bravata del giorno prima della moglie. Allora il diavolo fuggì dicendo: <<E' proprio vero che le donne ne sanno una più del diavolo!>> . La messa in scena della moglie del contadino per carpire il segreto del diavolo è simile alla messa in scena attuata dalla sorella piu piccola per scappare dalla casa dello stregone nella fiaba dei F.lli Grimm "L'uccello strano": anzi questa fiaba grimmiana, ricordata sopra per la somiglianza con quella piemontese "Il diavolo dal naso d'argento" prende il nome da questo episodio finale.
Anche in questo racconto il diavolo non è il diavolo maligno cristiano, piuttosto è il folletto o lo spirito del bosco, cioè una figura pre-cristiana.
Però, nelle fiabe piemontesi, se il peso della donna è positivo in generale, non possono essere dimenticate le figure femminili negative. Queste figure femminili a volte sono vampiri abitanti nel bosco oppure streghe abitanti in paese , a volte parenti crudeli. La fiaba "I dodici buoi"(Giuseppe Ferraro, op.cit. 117) è simile alla storia della sorella che salva il fratello o i fratelli trasformati in bestie per via di una maledizione come nei Grimm(I sette corvi, 9)o per della disattenzione della sorella stessa come nel Pentamerone(Li sette palommielle, IV, 8).
Questa fiaba risale a tempi primordiali o meglio a società cosidette primitive che praticavano la caccia, la raccolta e la pesca e che nei loro riti iniziatori(iniziazioni rituali e/o di passaggio) facevano osservare un periodo di isolamento agli iniziandi in quella che J.V.Propp ha definito la "grande casa". I costumi di quelle società sono tanti lontani dalla cultura popolare europea, molto più vicina alla cultura dei popoli coltivatori, che i narratori che si sono tramandati oralmente questo tipo di fiaba hanno gioco forza modificato la trama per renderla coeva, in sintonia, con i suoi fruitori. Per fare un esempio eccellente di questa tendenza a modificare questo tipo di fiaba accenno a Giovanbattista Basile. Nel cunto "Li sette palommielle" il Basile esibisce il suo miglior repertorio barocco e raggiunge un notevole picco di ilarità. Nel suo cunto l'eroina, Cianna, che aveva ritrovato i fratelli in un bosco nella casa di un orco, si mette nei guai perchè dimentica di spartire, come è suo solito, tutto ciò di cui si ciba. Cianna non divide una nocciola con la gatta. La gatta per dispetto piscia sul focolare e spegne il fuoco. Cianna, inconsapevole del fatto che lei e i suoi fratelli(i suoi fratelli lo sapevano ma l'avevano lasciata all'oscuro) erano inquilini di un orco, si rivolge proprio a quello per avere del fuoco. Da quì iniziano i guai per i fratelli.
La fiaba piemontese introduce invece, come causa scatenante le peripezie dell'eroina, una strega in forma di vecchia abitante nel bosco.Questa vecchia è una vampira. Viene uccisa con decapitazione dai fratelli dell'eroina, ma resuscita. Chiude in cantina l'eroina e prendendone le fattezze si mette al suo posto nella prima notte di nozze col principe. Alla fine, scoperta, viene condannata al rogo. Si è di fronte a relitti culturali che la cultura orale popolare ha tramandato modificandole e adattandole off cours ai nuovi contesti. Questa vampira del bosco si collega alle credenze, sui morti che diventano spiriti-vampiri, provenienti dai paesi slavo-balcanici dove erano molto diffuse. Per queste credenze il cadavere della persona che si sospettava fosse diventata un vampiro, veniva decapitato oppure bruciato affinchè lo spirito non potesse più nuocere.In questa fiaba piemontese la storia si arricchisce e si complica. Perchè la stessa strega o forse un'altra strega(Italo Calvino nel riportare questa fiaba-la n.16-vede all'opera contro l'eroina le "streghe del bosco" non una singola strega) fa diventare buoi i dodici fratelli dell'eroina. Non mi pare che questa strega vampira possa essere avvicinata a quelle streghe piemontesi che finirono in tempi storici effettivamente sul rogo. Essa viene condannata a morire sul rogo seconde le vecchie credenze.Del resto non ha alcuna connessione col diavolo o col "sabba". Comunque è considerole il fatto che la fine sul rogo dei "cattivi" non è frequente nel panorama delle fiabe italiane come lo è nei racconti piemontesi. La vecchia del bosco ha sicuramente un carattere stregonesco, cioè il suo vampirismo, ma la sua pretesa di sostituire la sposa nella prima notte di nozze può essere una sopravvivenza negativizzata di un uso antichissimo di fare stare insieme lo sposo, nel giorno delle nozze, con una vecchia: un uso apotropaico per confondere le forze negative(vedi "La vecchia scorticata" cunto X, 1.giornata Pentamerone).
In un altro racconto(Giuseppe Ferraro op.c. "Il figliuolo del re, stregato) le streghe vampire sono tre sorelle che abitano insieme in paese. Queste donne sono fattucchiere perchè usano unguenti, ma sono capaci di trasformare di notte i loro spiriti in pipistrelli che succhiano il sangue agli uomini nel sonno. La loro indipendenza(non sono collegati al diavolo o ad un altro demone, nè ad alcun familiare di sesso maschile), la loro capacità di fare unguenti, la loro capacità di trasformazione le dotano di un "tremendum" formidabile. Il vampirismo, una sorta orrida di lento assassinio, nelle credenze presenti soprattutto nelle tradizioni slavo-balcaniche era opera dei morti che ritornano e delle streghe. Ma il pipistrello vampiro viene dal mondo popolare? Il pipistrello come rappresentazione del demone vampiro non è proprio dei racconti popolari e delle fiabe indoeuropee.
Il pipistrello, per il suo aspetto orrido e insolito, a mezzo tra il topo e l'uccello, nell'antichità greca, era un animale degli inferi ed infatti Ulisse lo incontra quando scende nell'Ade. Per il suo aspetto orripilante e per la sua postura quando va in letargo è stato a volte, nelle credenze popolari, associato al demonio, alle streghe e ai morti che ritornano, senza certezza che potesse essere associato ai vampiri. La "Lamia" greca, una divinità femminile ai margini estremi del pantheon ellenico, sicuramente legata alle credenze popolari e ritenuta dai narratori dei miti classici uno spauracchio per i bambini(proprio come il lupo in una favola di Esopo), aveva un carattere di vampirismo, ma il pipistrello non era tra gli animali a lei collegati. Di certo il grasso del pipistrello e di tanti altri animali cosidetti orrendi erano usati nell'antica Grecia e quindi nell'antica Roma come rimedio per certe malattie dai mediconi e dalle fattucchiere(Plinio il Giovane, Storia naturalis, Libro XXIX)
Il pipistrello comincia ad essere, sicuramente, animale emblematico del vampirismo quando il celebre naturalista Leclerc de Buffon nella seconda metà del Settecento impose il nome vampyrus ad un pipistrello sudamericano che succhia il sangue di piccoli mammiferi. Ma Leclerc de Buffon più che alle sue osservazioni si rifaceva ai racconti che venivano dalla zona tropicale d'America. In effetti il pipistrello che egli chiamò "vampyrus" è un megachirottero che si nutre di frutta, mentre il pipistrello che si nutre anche di sangue è un microchirottero. Nell'ottocento il pipistrello viene associato ai vampiri nei racconti letterari che prendevano spunto dalla vita del conte Dracol o del principe Nosferat. Una ipotesi di diffusione del binomio vampirismo-pipistrello ancor prima del settecento può essere considerata. Tale binomio può essere venuto fuori in modo strisciante e quindi poco a poco pure presso il popolo anche nel XVI secolo dai racconti degli indiani d'America che furono riportati in Europa da soldati e missionari ritornati dal "nuovo mondo". Nei racconti e/o miti degli indiani d'America è facile incontrare un demone vampiro che prende l'aspetto di un pipistrello. Per le considerazioni su esposte ritengo che la fiaba "Il figliuolo del re, stregato" sia stata elaborata in ambiente colto e poi si sia diffusa presso il popolo. Sicuramente ha l'aspetto di una storia "municipale" avente per oggetto le malefatte presunte di streghe. Storie che circolavano sicuramente in tutte le classi e tutti gli ambiti sociali. Nelle credenze popolari di molti paesi del Piemonte le streghe erano chiamate masche ed avevano una doppia vita. Normalissime popolane di giorno, di notte si trasformavano in gatti neri o capre o lupi o pipistrelli e compivano i loro misfatti.
In un altro racconto "La sepolta viva" la cattiva che finisce sul rogo non ha alcun carattere che la colleghi alle streghe, ai demoni, al diavolo. E' la zia di un principe che sogna di sposare la donna più povera di questo mondo e si mette a cercarla. Infine la trova e la sposa. Questa sposa riceve tante angherie dalla zia; addirittura la zia modifica le lettere che si scambiano il nipote che sta in guerra e la sposa. Costei gli scrive che ha dato alla luce due bei gemelli, un maschio e una femmina. La zia del principe cambia la lettera e fa in modo che al nipote arrivi la notizia che la moglie avrebbe partorito due mostri... Il principe dal fronte di guerra risponde che i figli, belli o brutti che siano, vengano rispettati e che avrebbe deciso lui il da fa farsi al suo ritorno. Ma ancora una volta la zia cambia il testo della lettera sostituendola. Infatti la sposa apprende dalla falsa lettera che i suoi gemelli debbono essere uccisi. La poverina, disperata, piglia quei figlioletti, li sistema in una barca con 17mila lire per ciascuno cuciti nelle fasce e li abbandona alla corrente del fiume. Questa fiaba è simile ad un tipo molto diffuso in Europa. Tale tipo di fiaba fu riportato per la prima volta in versione letteraria nella novella di Ancillotto re di Provino in Straparola(IV,3). Poi i F.lli Grimm ne riportarono una versione piuttosto agile(I tre uccellini, 96). Questa fiaba piemontese ha un inizio diverso. Infatti la fiaba-tipo parla di tre sorelle di umili natali. La sorella più grande sposa il re e le altre due sorelle invidiose, mentre il re è sul fronte di guerra, scambiano i bambini partoriti dalla sorella a sua insaputa con piccoli di animali. Poi le sorelle invidiose abbandonano o incaricano un complice di abbandonarli alla corrente di un fiume. Infine murano viva la sorella. Le vicende dopo episodi meravigliosi e di varia magia si evolvono a favore della madre murata vita e dei suoi figli che riescono a unirsi al padre e alla madre, mentre le crudeli sorelle vengono bruciate sul rogo. L'origine di questi racconti sta nella considerazione in cui, in certe culture cosidette primitive e non, tenevano i parti gemellari, soprattutti i parti di un maschio e una femmina. Erano considerati eccezionali e quindi straordinari, carichi di una ambigua potenza che, nella maggioranza dei casi studiati dagli etnologi, era ritenuta negativa, portatrice di sciagure. Per cui era necessario, nelle culture in cui i parti gemellari erano ritenuti infausti, procedere all'allontanamento della madre e dei nascituri, oppure all'uccisione rituale di uno o dei due gemelli, oppure procedere con un sacrificio sostitutivo. Ammettendo questa origine etnologica la fiaba piemontese è di certo più fedele a quella ipotetica di origine rispetto a quelle dello stesso tipo che somigliano alla fiaba dei F.lli Grimm. Nella fiaba dei Grimm non c'è la nascita gemellare, ma la triplicazione di un parto di un solo figlio. Il carattere della triplicazione proviene secondo gli studiosi dai popoli coltivatori.
La morte per rogo dei personaggi crudeli è commisurata alla loro colpa. I colpevoli si sono comportati così crudelmente che fanno paura pure da morti: quindi è giusto che brucino. Nella fiaba piemontese(raccolta pure questa da G.Ferraro) ci sono delle particolarità non trascurabili. La zia "cattiva" è abbastanza colta ed è capace di falsificare; non ha complici perchè è la stessa madre, disperata, che spinge i suoi piccoli sul fiume; inoltre è matta perchè la causa del suo crudele operare non esiste. La pazzia crudele sembra giustificare una condanna al rogo.


Conclusioni sulla particolarità delle fiabe piemontesi.

Il diavolo spesso è preso sotto gamba perchè ancora nelle fiabe rimane pressocchè un orco, uno spirito o un folletto nel bosco. Gli sta di fronte, lo contrasta o riesce a contrastarlo la donna. A sua volta la donna è qualche volta maga o strega come accade in tutte le culture subalterne che vivono ai margini di quelle egemoni. Ma nelle fiabe piemontesi, almeno in quelle raccolte dal Ferraro, la figura della strega-maga è vista soprattutto in funzione della sua vita notturna, trascurando quasi completamente l'aspetto della fattucchiera-guaritrice. In una fiaba brevissima, sempre raccolta dal Ferraro, intitolata "Le streghe" è descritto appunto il cosidetto volo-sogno della strega e il ballo notturno che dilegua alle primissime luci dell'alba, ma dell'attività solita, diurna, nemmeno un cenno. Bastava poco, nel tempo della caccia alle streghe, per essere sospettati di avere una tresca col demonio. Chi diceva, anche tra il serio e il faceto, di aver fatto un volo e di aver ballato in un posto sperduto, rischiava l'accusa di essere strega o stregone.
Le fiabe piemontesi sono scarne come di solito tutte le fiabe nordiche. Più si va al sud, più le fiabe si allungano. Però, questo carattere non è indice di non alterazione della fiaba. In alcune fiabe sul diavolo che abbiamo citato e commentato spuntano fuori la "carta scritta",le "ricevute", la "richieste di risarcimento", tutto un mondo che sottende una certa familiarità coi codici di legge. Curioso ne "Le ricevute" quel proprietario morto che si trova all'inferno intento a scrivere su un tavolino. Mi par di riconoscere in questo proprietario una persona ricca e attaccata alle cose, indaffarata nei suoi conti e quindi propenso a non rilasciare subito le ricevute dei pagamenti. Queste fiabe pare provengano più che dal popolo contadino o montanaro da un cerchia di famiglie di piccoli proprietari e della sua controparte, cioè i massari, gli affittuari.
Il fatto che trattando col diavolo, se si è furbe come le donne, si possono trarre dei vantaggi è abbastanza diffuso nelle fiabe europee. Ciò è dovuto, si è ricordato prima, al fatto che il diavolo delle fiabe non è quasi mai il diavolo cristiano.
Ma il diabolico esiste nella fiaba piemontese, esiste nella mente contorta della zia nella fiaba "La sepolta viva". E' stato sottolineato come la zia con lo scambio delle lettere induce alla disperazione la sposa del nipote. Un disegno diabolico, senza dubbio. Il racconto alla fine giustifica il comportamento della zia con la sua pazzia crudele. Non è la prima volta che pazzi e posseduti dal demonio vengano confusi e trattati alla stessa tregua. Ma è possibile un'altra lettura del comportamento della zia. Una motivazione del suo comportamento rimasta inascoltata nei vari tramandamenti del racconto. Il nipote va alla ricerca della sposa più povera di questo mondo. La zia non è d'accordo su questo suo proponimento: ma nel racconto pervenuto a noi non c'è traccia di questa opposizione. Il proposito del nipote, principe di Bologna, è del resto molto raro nelle fiabe. Un principe che si attarda a sposarsi, di solito nelle fiabe, cerca, come sposa, una donna bellissima vista in un quadro o in un affresco; a volte va in cerca di una sposa bianca come il latte o la neve e rossa come il sangue, e il più delle volte sposa una donna prudente, scaltra e/o intelligente, una saggia contadinella. Si può supporre che la scelta di una sposa poverissima, anzi nuda, corrisponda a uno stile di vita che si rifà al pauperismo, cioè a vivere senza possedere alcunchè e con lo stretto indispensabile, distribuendo a coloro che ne hanno bisogno il superfluo. Furono i Valdesi, i primi Valdesi, molto diffusi nel Piemonte, a praticare questo stile di vita. E forse nel proposito del principe di sposare la donna più povera c'è l'eco del pauperismo dei Valdesi. La zia, probabilemente in una versione precedente del racconto si oppeneva alla scelta del nipote, per ovvi motivi dinastici, per non indebolire il casato.
Questa opposizione della zia poi, nei nuovi tramandamenti del racconto, è stata tralasciata, per cui la zia appare nella fiaba a noi pervenuta una pazza crudele. Notevole il fatto che il principe protagonista del racconto è un principe non piemontese, per l'appunto è il principe di Bologna a cui fa la guerra, nel racconto, il principe di Modena.