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GLOSSARIO

Da "Organi liturgici siciliani dell'800"                        ritorna a "Organi liturgici siciliani dell'800"

onze o oncie siciliane e ducati napoletani
In epoca borbonica c'era un sistema monetario siciliano e un sistema monetario napoletano. L'onza o l'oncia era l'unità per il conteggio della moneta in Sicilia. L'oncia a sua volta si divideva in trenta tarì, il tarì in venti grani e il grano in sei piccoli o denari.
Nel sistema napoletano l'unità di moneta era il ducato, il quale si divideva in dieci carlini, il carlino in dieci grani, ed il grano in dodici cavalli o calli.
Carlo III, divenuto signore dei regni di Sicilia e di Napoli, volle che le monete dei due sistemi potessero equipararsi. Perciò col dispaccio del 17 agosto 1735 e meglio ancora con la legge del 29 dicembre 1745 ordinò che il carlino napoletano risultasse uguale al tarì siciliano: sicchè il ducato divenne la terza parte dell'oncia.
Per comprendere il valore intrinseco approssimativo dell'oncia ci viene incontro Giovanni Verga, massimo scrittore verista italiano. Nel suo "Mastro Don Gesualdo", ambientato in Sicilia tra il 1820 e il 1848, viene riportato l'episodio della vendita all'asta delle terre comunali. I notabili locali ritengono giusto pagare una salma di terreno, cioè circa mq. 17000,  circa tre oncie . Mastro Don Gesualdo, invece, portò il prezzo di ogni salma, rilancio dopo rilancio, a 6 oncie e 15 tarì.
Da considerare che sicuramente allora i terreni vincolati all'agricoltura o alla pastura avevano un valore intrinseco inferiore al valore che queste terre hanno oggi dopo il boom demografico e dopo continue e reiterate sanatorie per le costruzioni abusive.

Da "Racconti popolari siciliani"    
                                                                        

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 La mammana di la principissa-fata

mammana: levatrice
amminni a mia: danne a me(di ciò che cuoci)
spillongu: piatto largo e bislungo
pi jiri a téniri: per andare ad assistere una partoriente
e santi pedi ajutatimi: e scappano via
comu vuliti essiri pagata-ci dici la signura-a pugnè o a pizzichè? :
Come volete essere pagata a pugni o a pizzicotti?(secondo la novellatrice pugnè e pizzichè sono parole di lingua francese.
àbbiti javanu e àbbiti vinianu: faceva un grande sfoggio di abiti nuovi


Cci appizzau lu sceccu e li carrubbi(Vi perdette l'asino e li carrubbi)

Capaciotu, unu di chisti cu la pagghia-luonga: uno di Capaci(paese poco distante da Palermo) venditore di paglia lunga.
'ncugna un malufuiutu: s'accosta un furbacchiello di questi che vanno per le strade
cci abbia c'un càuciu 'nta li segreti: gli tira un calcio nelle parti basse
Stu viddannazzu! ca pi nenti ammazza li genti!: questo brutto villano che per niente uccide la gente(E' naturale nel popolino di Palermo l'ingiuria di "villano" a chi non è palermitano; ma in altri racconti raccolti nei paesi gli ingiuriati sono i palermitani o gli abitanti di altri paesi: dappertutto è la stessa storia, "l'altro" è deriso perchè ognuno proietta in lui il proprio negativo, le proprie paure, le proprie insicurezze.)
picciottu assintumatu: ragazzo svenuto.



Cchiù si campa e cchiù si sapi

Mi lu dati un còcciu di luci, pr'addumari lu cufuni nni mia?: vorreste voi darmi un pò di fuoco per accendere il focolaio nella mia casa?
si jinchi la chianta di la manu di cìnniri fridda: si riempie il palmo della mano di cenere raffredata.